I SEGNI DEI TEMPI

Esortiamo pure voi, figli carissimi, a cercare quei "segni dei tempi" che sembrano precedere un nuovo Avvento di Cristo fra noi. Maria la portatrice di Cristo, ci può essere maestra, anzi Ella stessa l'atteso prodigio (Paolo VI, all'Angelus del 5 dicembre 1976)

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Utente: nanto
Mi chiamo Antonello Iapicca, sono un presbitero italiano missionario in Giappone, a Takamatsu, da molti anni. Ora mi trovo in una zona di 200.000 abitanti dove non vi è presenza cattolica, annunciando il Vangelo insieme a due famiglie missionarie, una italiana e una spagnola.

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mercoledì, 04 gennaio 2006

I SEGNI DEI TEMPI 4 GENNAIO 2006 

«Io mi sbagliavo pensando che la fede per cui noi crediamo in Dio non fosse dono di Dio, ma venisse da noi in noi [...]. Io infatti non pensavo che la fede fosse preceduta dalla grazia di Dio [...]. Pensavo certo che noi non potremmo credere se prima non ci fosse l’annuncio della verità, ma una volta annunciatoci il Vangelo, pensavo che il consentire fosse opera nostra e che noi lo avessimo da noi stessi. Questo mio errore si trova in molti miei libri scritti prima del mio episcopato»

 (Agostino, De praedestinatione sanctorum 3, 7)
    

    

"CHE CERCATE?"
 

Gv 1, 35-42

In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)».

 

 

IL COMMENTO AL VANGELO

Giovanni. La sua voce. Le parole della Chiesa. Da sempre. La Chiesa è tutta in queste semplici parole del Battista. E nel suo sguardo fisso su Gesù che passa. E' la Chiesa, una voce, un annuncio e due occhi stampati sul volto di Gesù. Innamorata del suo Sposo, è Lui che instancabilmente mostra al mondo. Gesù. L'Agnello di Dio. Non v'è traccia di moralismo, d'impegno, di opzioni preferenziali. La Chiesa, come Giovanni, non cerca adepti, giovani desidorosi d'impegnarsi, non propone ideali, non sbandiera sogni e utopie. Soprattutto, non chiede nulla. Conosce che cosa attende davvero il cuore di ogni uomo. Son tutti suoi discepoli, perchè tutti cercano l'amore. Il perdono. Ogni uomo come i due discepoli di Giovanni, che nell'ascoltare le sue parole, il suo modo di parlare di Gesù si sentono bruciare il cuore. Erano Ebrei, sapevano il senso di quelle parole. Sapevano che a Pasqua era un agnello ad essere sacrificato per i peccati, sapevano che il suo sangue sugli stipiti delle loro case aveva significato salvezza, libertà, terra, vita. Sentirono parlare Giovanni ed intuirono che in quell'Uomo che s'avvicinava v'era tutto ciò che il loro cuore desiderava. Quello che tutto Israele aspettava. Lui era il desiderio d'ogni uomo, d'ogni istante, d'ogni storia. Il nostro desiderio. Tutta la nostra vita è come infilata in un tunnel dove, a momenti, le luci compaiono e sembrano dare un po' di sollievo, ma son questioni di attimi, si ripiomba presto nell'oscurità. E' quest'intermittenza che ci fa soffrir, che ci intristisce e ci vaccina da noi stessi e dagli altri. La precarietà figlia della nostra debolezza di povere creature. Corriamo ansimando dentro questo tunnel e non riusciamo a vederne la fine. Vorremmo scoprire i nostri peccati, quelli degli altri, strappati via, resecati alla radice. Vorremmo che non ci fossero più debolezze. Aneliamo ad una vita finalmente tranquilla, speriamo una casa che ci accolga senza dover tribolare tra un imprevisto ed uno sbalzo d'umore. Conosce la Chiesa il cuore dell'uomo, essendo fatta di uomini. Comprende la Chiesa le ansie, i desideri, le sofferenze. E conosce Cristo. Il suo sguardo non si scosta un secondo da Lui, lo celebra, lo prega, lo annuncia. Lo ama. Come Giovanni è trafitta dallo Spirito che le attesta sin nelle più remote profondità che proprio Gesù è il Signore, l'Agnello di Dio che ha portato e tolto il peccato del mondo. E ce lo mostra oggi, ora mentre ci viene incontro. Nel tunnel che stiamo percorrendo, Gesù accende il nostro cammino con la luce del Suo volto. Cammina con noi, dinnanzi a noi, dentro le intermittenze e le precarietà che ci annichiliscono. Si volta, ci cerca con gli occhi, e ci depone una domanda nel cuore: " Che cercate?". Una casa cerchiamo Signore, un riposo, essere nonostante noi stessi. Cerchiamo consistenza per la nostra vita, qualcosa, Qualcuno che segni il nostro cammino tra le troppe intermittenze che scuotono i nostri giorni. "Maestro dove abiti?", dov'è che dimora il perdono, dov'è che possiamo immergerci nella misericordia? La Tua casa Signore la tua famiglia, il tuo luogo, questo cerchiamo. Seguirlo, e vedere. Null'altro. Andare con Lui. Stare con Lui dove Lui è. E scoprire che Lui ci è più familiare di nostra madre, che ci è più prossimo delle nostre stesse carni. StarGli accanto e scoprire il peccato del mondo che è in noi, la superbia di non accettare i limiti, le debolezze, le intermittenze. In Lui illuminata la radice d'ogni problema. Stare con Lui e vederlo evaporare questo peccato, cancellato nella Sua misericordia. Ecco l'Agnello che prende e toglie dal nostro cuore il veleno che ci paralizza. Il Signore Gesù, unica salvezza, unica gioia, unico amore. La Sua casa sono le nostre vita allora, queste ore che balbettiamo oggi non sono da disprezzare, da buttar via. Lui le sta cercando. "Erano le quattro del pomeriggio" notavano i due discepoli, da quell'istante per loro, come per noi, nulla è stato più lo stesso, ogni ora è diventata storia, di salvezza e di pace. Come un Agnellino il Signore desidera le nostre storie per farne la Sua dimora. Andiamo allora senza indugio con Lui, percorriamo sino in fondo il tunnel dalle tante intermittenze che segna la nostra vita. Senza timore camminiamo nei giorni che ci son davanti, la luce del Suo amore ci guiderà insegnandoci a non tremare di fronte alle intermittenze, la Sua misericordia ci ammaestrerà a non dar troppo peso alle nostre debolezze, anzi, a farne, come San Paolo, la nostra gloria. Scorrono via, quelle di ieri già non ci appartengono più. Il Suo amore invece non passerà. La Chiesa, sposa santissima dello Sposo santissimo non si stancherà di ripetere le parole di Giovanni e quelle di Andrea: "Abbiamo trovato il Messia", la salvezza, la vita. Un Agnello è il nostro Messia, nel Suo sguardo fisso su di noi come su Pietro è fondata la Chiesa, testimone nel mondo dell'unico Salvatore.

 


 

 

UN MISTERO DI PRESENZA, DI PERDONO E RESURREZIONE

Luigi Giussani

Il senso della vita e la sua verità, ciò per cui si nasce, si ha avuto la carne costitutiva del corpo, si svolgono i pensieri che zampillano, ci si preoccupa di questo o di quello, per cui si passa dal giorno alla notte e dalla notte al giorno, e si rincorrono i mesi, gli anni; il senso di tutto questo non coincide con quello che possiamo immaginare o decidere noi stessi: è misterioso. Nessuno sa, nessun profeta: «neanche il Figlio, ma il Padre solo» dice il Santo Evangelo.

Il senso della nostra vita è misterioso; è «nelle mani di Dio», come dicevano i nostri vecchi. «Nelle mani di Dio», come qualche volta riusciamo a dire anche noi, con minore forza e verità. Ma questo «essere nelle mani di Dio» innanzitutto vuol dire che qualunque cosa noi si subisca, o qualunque cosa attraverso la quale noi quotidianamente passiamo, qualunque cosa accada, tutto è per un positivo, per un bene. Non si può staccare l'idea del Mistero di Dio dalla parola bene. Tutto è nelle mani di Dio e quindi tutto è per il bene. Che avvertimento più grande può dare un padre ai suoi figli che egli si soffermi a guardare nella prospettiva del loro destino? Che tutto è bene.

Ora, questo bene è affermato come senso totale del tempo, e quindi di ogni azione con cui l'uomo tende al suo destino. C'è un nome che questo bene identifica: come natura e origine, come possibilità nel tempo e come, soluzione finale, del dramma - esistenziale e storico - dell'umano. È il nome del bene nella sua essenza originale e quindi ultima; quel nome indica una persona umana che si pone nella storia di tutti gli uomini e nella vita del singolo; quel nome appare in un momento preciso del tempo come la sostanza stessa del bene, la sorgente di ogni bene che detta in cosa il bene consista, definitivamente: il Bene che già tocca il tempo. «Quindi giunsero, in un momento predeterminato, un momento nel tempo e del tempo,/ Un momento non fuori del tempo, ma nel tempo, in ciò che noi chiamiamo storia: sezionando bisecando il mondo del tempo.../ Un momento nel tempo ma il tempo fu creato attraverso quel momento: poiché senza significato non c'è tempo, e quel momento di tempo diede il significato» (T.S. Eliot, Cori da "La Rocca"). Quel nome nella storia umana è Gesù di Nazareth.

Cristo è un uomo che rivela identificato in se stesso il comunicarsi, il farsi conoscere dall'uomo del Mistero da cui si originano le cose, di cui le cose sono fatte e a cui sono destinate. Il Mistero che fa tutte le cose si identifica con Gesù Cristo. E poiché quello è il nome di uno fra noi, chi lo riconosce e lo segue come hanno fatto Giovanni e Andrea (cfr. Gv 1, 35s.) può rendere improvvisamente diverso lo sguardo tra dì noi, lo sguardo che portiamo sulle cose, il sentimento del tempo che ci passa tra le mani e il peso del frutto del nostro lavoro. Come è rarefatto nel nostro discorrere quotidiano questo "Tu", che è più profondamente vero del tu che dai a tuo figlio, a tua moglie e a tuo marito, del tu che ci diamo tra di noi. Che il significato (o la verità) del mondo e della vita sconvolga totalmente, ecceda totalmente, debordi totalmente i nostri modi di pensare, di misurare, di esigere, di pretendere, coincidendo col Mistero di felicità e di bene che porta un nome perché si è incarnato, è diventato uno fra noi ed è rimasto fra noi!

Ma allora il dire "Tu" a questa presenza dovrebbe diventare il bisogno quotidianamente più pressante, l'impeto di rapporto che attraversa, rendendoli diversi, tutti i rapporti; chiunque io sia, comunque io sia, santo o peccatore, mai trascurando che ciò che definisce il nostro essere peccatore è sovranamente, profondamente, globalmente la dimenticanza, che a venti, trenta, quarant'anni, non può essere quella del bambino, che fa quasi tenerezza. La nostra dimenticanza è una radice cattiva, è una menzogna, è una radice di menzogna. E, infatti, è il padre della menzogna - Satana - che la favorisce.

Questa è la lotta che qualifica la vita del mondo, che segna il valore del tempo: la lotta tra i figli delle tenebre, tra chi sceglie di essere figlio della dimenticanza, generato dal padre della menzogna, e quindi accanitamente legato alla dimenticanza, e i figli della luce, che gridano a Colui che, presente per la nostra debolezza e oscurità di camminatori nel mondo, è come assente.

Tu, Signore, che sei ancora come assente, diventa presente nella mia vita! Alzandoci ogni mattina, diciamo per prima cosa col cuore questo "Tu" a Colui che ci sta accompagnando, al Destino che è Lui stesso, per il quale ci ha fatto e, che costituisce la stessa carne, le stesse ossa della nostra natura, della natura della nostra persona. Una giornata passata per grazia di Dio nella coscienza della Sua presenza, del rapporto con Lui, è una giornata vittoriosa anche se è stata piena di dolori.

Ora, questo significato misterioso, questa sapienza misteriosa che nessuno può immaginare, e che anche noi dimentichiamo continuamente, è Gesù Cristo, è l'uomo. Cristo, un uomo nato da una donna. Il Mistero di Dio che ha fatto tutto il mondo non poteva arrivare vicino a noi più realisticamente di così. Il Mistero di questa Sapienza che governa il mondo, per cui è fatto il mondo, è Cristo, nato dalla Madonna. Ciò che rende sapiente la nostra giornata, il misterioso senso che dà sostegno e sostentamento alle nostre giornate, che dà significato al nostro vivere quotidiano, è Gesù Cristo.

La mia azione non è definita solo dai fattori che la costituiscono dal di dentro, per cui posso analizzarla e scoprirne la fattura; ogni azione è definita ultimamente da un fattore che la supera. Se questo è Cristo, la sua figura fonda il rapporto tra l'azione e il suo destino come perdono.

Il perdono è un fattore che viene, dal di fuori dell'azione; senza di esso l'azione svanirebbe in un niente cattivo, non potremmo ricordarla, non sarebbe avvento di niente, non stabilirebbe una storia, non costruirebbe nulla. È proprio questo fattore che viene dal di fuori il tocco del Mistero nella nostra vita, e l'uomo lo capisce quando si rivela; ed esso si rivela entrando nella vita del singolo e quindi nella società e nella storia come perdono. Se riflettessimo bene, ci accorgeremmo che non potremmo riprendere rapporto con la moglie o col marito, con l'amico, se non cadendo di fronte al ricordo di un male subito in umiliante dimenticanza - simbolo e segno del niente in cui tutto crolla -. Il nostro rapporto non potrebbe "durare" senza cadere nella dimenticanza, se non ci lasciassimo prendere da un fattore più grande di noi che diventa perdono nel vivere il rapporto. E questo è così imponente per quanto riguarda il nostro esistere: senza perdono noi non potremmo esistere, non potremmo continuare a vivere. Io non posso considerare la mia azione se non dentro i termini di quel perdono che sopraggiunge dal di fuori di me, cioè dal Mistero che fa le cose e mi investe e mi abbraccia e mi dà coraggio, e mi rende capace di continuare fino alla ripresa. La presenza di questo fattore di perdono che ha un nome - Gesù -, quanto più si moltiplicasse come ricordo nella giornata, quanto più la sua memoria diventasse familiare, tanto più noi comprenderemmo il valore delle nostre azioni, sia nel loro primo aspetto misterioso che ci lancia verso la felicità; sia nel loro secondo aspetto che è delusione per la propria incapacità, dolore e approssimazione, e nello stesso tempo slancio pieno di gratitudine della positività finale per il perdono di cui quello che faccio viene investito, rendendo quindi possibile l'esperienza del compimento.

È ciò che accade al bambino che ha commesso un errore e nei cui occhi domina non lui che ha rotto qualche cosa, ma la madre che lo guarda sorridendo, il padre che lo abbraccia. Porre davanti agli occhi il nostro io come preoccupato ricordo di un soggetto malefico è un'affermazione ingiusta dì qualcosa che è superato, purificato, redento. È più giusto guardare a te, o Cristo, che mi perdoni che non a me che ho sbagliato. La definizione della nostra persona e dei nostri atti non è compiuta se non tiene presente l'incombente amore da cui è abbracciata in qualunque caso e che si chiama perdono come fenomeno, ma si chiama Gesù, Figlio del Padre, come espressione della natura del mistero dell'Essere verso di noi. «Tam pater nemo» - così padre nessuno -, dicevano gli antichi.

Perciò la presenza nella nostra coscienza di quel "Tu" cui abbiamo accennato è importante per comprendere quello che facciamo, per reintegrare nella sanità quello che è male in noi, per investire di gratuità quello che di bene avviene in noi, per spalancare la speranza al futuro, e quindi rendere la giornata presente, il dramma presente, storia, fattore di una storia buona. Cristo incombe come significato del tuo tempo sull'istante che vivi.

«È un fantasma», dicevano gli apostoli quando lo hanno visto sul lago in tempesta. Cristo non è un fantasma, è la presenza costitutiva del valore dell'azione, tanto è vero che rende possibile la continuità nel tempo, la generazione nuova, il perdono. Cristo incombe sull'istante effimero rendendolo storia, aprendolo, impedendo che tutto finisca in niente. Ciò che impedisce questa fine, ciò che rende storia l'istante, ciò per cui siamo fatti e che corrisponde alla natura del nostro cuore è Cristo Verbo fatto carne, che ci accompagna tutti i giorni fino alla fine del mondo.

Questo uomo-Dio - Gesù di Nazareth morto e risorto e presente nella Chiesa, Suo Corpo misterioso - definisce l'istante come inizio di una storia da cui sì genera il volto eterno della persona umana e della compagnia umana. L'Eterno abbraccia e trascina con sé ogni virgola della nostra vita presente.

C'è un gesto in cui questa presenza di Cristo che perdona, che costituisce l'eccedenza dell'istante per cui esso non si riduce al passato, c'è un gesto in cui questa Presenza ci abbraccia nel perdono che rilancia il presente come inizio di una storia senza fine: il sacramento dell'Eucaristia. Il Mistero del perdono e della resurrezione abbraccia, purificandola, la mia azione; rende l'azione, per quanto piccola possa essere, "merito", rende cioè proporzionato all'eterno l'effimero della nostra vita. L'Eucaristia come gesto quotidiano è il segno efficace del Mistero della Risurrezione che rende ragionevolmente accettabile l'altrimenti incompiuto umano; è il segno efficace dell'eterno che emerge nel contingente, nell'effimero della mia vita; è il segno più grande di ciò che rende la mia vita storia di verità e di amore.

IL SANTO DEL GIORNO 
 
 
 
 
 
I cristiani convertiti e il loro triste Natale
 

Tratto da Il Giornale del 4 gennaio 2006

Ci sono in Occidente, anche in Italia, cristiani che stanno celebrando segretamente le feste natalizie. Sono quella gran parte dei cristiani venuti dall’Islam che, se rivelassero la loro scelta di vita, verrebbero rifiutati dai parenti, potrebbero essere abbandonati dal coniuge e preclusi dal rapporto con i figli. Inoltre perderebbero il diritto di fare ritorno nel Paese d’origine. E non solo: anche se infatti ciò non si ritrova nel testo del Corano, nel mondo islamico persiste una solida tradizione secondo cui chi lascia l’Islam per un’altra fede va perciò punito con la morte, e qualunque fedele musulmano è ipso facto autorizzato a eseguire la condanna.

I convertiti all’Islam nati e cresciuti in ambiente cristiano fanno notizia, e alcuni di loro sono anche divenuti ospiti abituali delle grandi ribalte televisive. I cristiani venuti dall’Islam invece non fanno notizia e, come si vede, se la fanno rischiano molto. Questo aiuta a capire perché il primo dei due fenomeni sia noto e il secondo invece sia quasi sconosciuto. Ne I cristiani venuti dall’Islam, un libro appena edito da Piemme, due esperti di problemi islamici, l’italiano Giorgio Paolucci e il libanese Camille Eid, hanno raccolto più di dieci storie appunto di convertiti dall’Islam al cristianesimo, che riferiscono in modo anonimo. E sono sempre, in una forma o nell’altra, storie difficili, segnate da incomprensioni e spesso da esodi. Nella sua prefazione l’egiziano Samir Khalil Samir, altro esperto della materia, fa una presentazione critica dettagliata della suddetta dottrina secondo cui ogni fedele musulmano ha il dovere di uccidere chi lasci l’Islam per un’altra fede.

A questo persistente clima d’intolleranza verso i convertiti spesso fa invece riscontro nei Paesi islamici un atteggiamento di attenzione verso il cristianesimo. Qualcosa che rende più che mai inaccettabili le censure riguardo al presepe e alla celebrazione del Natale che anche quest’anno si sono registrate in alcune scuole statali e comunali italiane.

A parole il motivo di tale censura sarebbe il rispetto per le convinzioni degli alunni musulmani. Si tratta però di qualcosa che le famiglie musulmane provenienti dal mondo islamico non chiedono affatto, tanto più che in genere nei Paesi d’origine un atteggiamento del genere sarebbe inconcepibile.

Talvolta si registra anzi una certa partecipazione alle festività delle fedi diverse dalla propria: musulmani che fanno gli auguri ai loro vicini cristiani per Natale e Pasqua, e viceversa cristiani che fanno gli auguri ai vicini musulmani per la fine del Ramadan. Significativo il caso, ad esempio, di Antiochia (oggi Antakya), l’antica capitale della Siria inclusa dal 1939 entro i confini della Turchia. In questa città, tappa fondamentale nella storia dello sviluppo della Chiesa ma dove oggi i cristiani sono una piccola minoranza, accade che alcuni musulmani assistano alla Messa di Natale nella «grotta di San Pietro», ritenuta il più antico luogo di culto cristiano del mondo; e il presepio allestito nella chiesa viene visitato da molti non cristiani, anche da scolaresche guidate dai loro insegnanti. Madri di famiglia musulmane aiutano le loro vicine nella preparazione del pranzo di Natale, e le autorità civili della città, tutte musulmane, quest'anno hanno invitato i notabili della comunità cristiana a una cena di gala natalizia.

 IL FATTO

La schiera dei pochi per tutti

Andrea Monda, su Il Foglio del 30 dicembre 2005, trova che “un modo originale, ma non sbagliato, di avvicinarsi alla lettura della prima enciclica,“Deus Caritas est”, che Benedetto XVI ha firmato il giorno di Natale, è forse proprio la visione del film “Le cronache di Narnia”, tratto dall’omonima saga letteraria di C.S. Lewis, che sta mietendo in questi giorni successi in tutto il mondo”.  Meritato successo: abbiamo visto anche noi il film, tratto dal secondo romanzo della saga, piacendoci davvero moltissimo. Monda ricerca “tracce rivelatrici di questa relazione tra il teologo bavarese e lo scrittore anglicano”, accostando brani molto belli tratti dalle opere dei due, però per Lewis da altri suoi libri, piuttosto che dal ciclo fantastico. Il punto di partenza è una posizione precisa di Dio verso l’uomo. Per Lewis “il cristianesimo (…) non parla affatto di una umana ricerca di Dio, ma di qualche cosa fatta da Dio per l’uomo, sull’uomo e riguardo all’uomo. (…) Dopo che la conoscenza di Dio si era universalmente perduta o oscurata, viene individuato un uomo fra tutti gli uomini della terra (Abramo); egli viene separato (e, possiamo supporre, in modo abbastanza penoso) dal suo ambiente naturale,viene mandato in un paese straniero, e fatto l’antenato di una nazione destinata a tramandare la conoscenza del vero Dio. (…) Il processo va avanti restringendo sempre più il suo campo, alla fine si concentra su un piccolo punto luminoso simile alla punta di una spada. E’ una ragazza ebrea assorta in preghiera. Tutta l’umanità (per quel che concerne la sua redenzione) si è ristretta a tanto. Un tale processo è molto diverso da quanto vorrebbe la sensibilità moderna; ma, sorprendentemente, è proprio quello che si produce abitualmente nella Natura, il cui metodo è la selezione, e con essa (dobbiamo ammetterlo) uno spreco enorme”. Questa selezione non è un sorta di “favoritismo” secondo Lewis: “Il popolo ‘scelto’ non è scelto nell’interesse suo proprio (certamente non per il suo onore o il suo piacere), ma nell’interesse di chi non è scelto. Ad Abramo viene detto che ‘nel suo seme’ (la nazione scelta) ‘tutte le nazioni saranno benedette’. Quella nazione fu scelta per portare un pesante fardello. Le sue sofferenze furono grandi, ma, come riconobbe Isaia, furono sofferenze che guariscono altri. Alla Donna scelta per ultima è riservato il profondo abisso dell’angoscia materna. Suo Figlio, l’Iddio Incarnato, è ‘un uomo dei dolori’; l’unico Uomo nel quale sia discesa la Divinità, l’unico Uomo che possa essere legittimamente adorato, eccelle per la sofferenza”.
Ratzinger approfondisce: “Si diventa cristiani non per sé, ma per gli altri; o piuttosto lo si è per se soltanto quando lo si è per gli altri (…) il fenomeno Chiesa diventa sempre più minuscolo nel tutto del cosmo. Se si comprende la Chiesa alla luce di quanto si è detto, non c’è più bisogno di sorprendersi per questa sua piccolezza nel mondo… Per poter essere la salvezza di tutti non è necessario che la Chiesa si identifichi anche esternamente con tutti. La sua essenza è piuttosto radicata nella sequela di quell’uno che ha preso l’umanità intera sulle sue spalle; la sua essenza consiste nell’essere la schiera dei pochi, tramite quelli Dio vuole salvare tutti. La Chiesa non è tutto ma esiste per tutti”. Il leone, la strega, l’armadio e… il Papa.

 
 
 
EDITORIALI
 
 
 

 

 

CHIESA

Perché vale la pena andare alla Messa 

La pace in un Medio oriente che vive momenti difficili nelle omelie di Sfeir e Ignazio IV

SPECIALE - Speciale: Elenco di quanti impegnati nel lavoro Missionario sono stati uccisi nell’anno 2005

Un hijo pródigo del siglo XXI

 CARISMI  

El Camino acoge con entusiasmo las disposiciones de la Santa Sede

L. R. R.

Ciudad del Vaticano- El Camino Neocatecumenal, carisma de la Iglesia católica iniciado por Kiko Argüello, ha convocado a cientos de sus sacerdotes a una reunión cerca de Roma para evaluar las nuevas normas para celebraciones eucarísticas emitidas recientemente por la Congregación para el Culto Divino. La reunión, que antecederá a la audiencia pública que los miembros del Camino sostendrán con el Papa Benedicto XVI en Roma el próximo 12 de enero, se realizará en Porto San Giorgio, en la provincia italiana de Las Marcas, informa ACI.
   Con este motivo la agencia Zenit entrevistó hace unos días a Giuseppe Gennarini, responsable del Camino en los EE UU y portavoz ante los medios. En esta entrevista, Gennarini valora las nuevas disposiciones recibidas a través de una carta: «Es la primera vez que se aceptan algunas variaciones presentes en la forma de celebrar la Eucaristía en el contexto del Camino como adaptaciones lícitas para ayudar a que el hombre contemporáneo pueda recibir mejor la gracia comunicada por los sacramentos», sostiene. Gennarini asegura que en ningún momento se ha intepretado la carta recibida como una «reprimenda» por parte del Papa: «Nuestras relaciones con Benedicto XVI antes de ser Papa, fueron siempre muy buenas. El entonces cardenal Ratzinger conoció el camino en los años setenta y lo introdujo en su patria alemana. Como prefecto de la Congregación para la Doctrina de la Fe, siempre nos ha ayudado y ha citado al camino de una forma extremamente positiva en varios de sus libros. Y esta carta es un paso muy importante en el proceso de aprobación del Camino».

http://www.larazon.es/noticias/noti_rel618.htm


 

 

 

Il Cammino Neocatecumenale accoglie con entusiasmo le disposizioni della Santa Sede

Intervista a Giuseppe Gennarini, responsabile del Cammino negli Stati Uniti

NEW YORK, domenica, 1° gennaio 2006 (ZENIT.org).- Il Cammino Neocatecumenale ha accolto con entusiasmo le disposizioni emanate dalla Santa Sede sulla celebrazione della Messa nelle sue comunità.

Le indicazioni sono presentate in una
lettera – che reca la data del 1° dicembre e la firma del Cardinale Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino – indirizzata agli iniziatori e responsabili del Cammino Neocatecumenale, Kiko Argüello, Carmen Hernández e padre Mario Pezzi.

Per comprendere il modo in cui questo documento è stato recepito dal Cammino Neocatecumenale, ZENIT ha intervistato Giuseppe Gennarini, responsabile del Cammino negli Stati Uniti e incaricato per le relazioni con la stampa di questo gruppo ecclesiale.

Che valore ha questa lettera per il Cammino?

Gennarini: E' la prima volta che si accettano alcune variazioni presenti nel modo di celebrare l'Eucaristia nel Cammino come adattamenti leciti per aiutare l'uomo contemporaneo cosicché possa ricevere meglio la grazia comunicata attraverso i sacramenti.

Per quanto ne so, è l'unico caso in cui un gruppo ecclesiale ha ricevuto un permesso espresso in questo senso da parte della Santa Sede.

Finora l’abbiamo fatto con un permesso orale da parte della Congregazione, ma non per iscritto. Infatti, Giovanni Paolo II aveva sempre appoggiato quest’idea, e l'aveva esposta in una sua Lettera Apostolica, “Dies Domini”, dove parlava della possibilità che “in considerazione di particolari esigenze formative e pastorali” si potessero tenere queste celebrazioni della Messa domenicale.

Quali sono le variazioni liturgiche permesse dalla Congregazione al Cammino Neocatecumenale?

Gennarini: La lettera del Cardinal Arinze accetta il principio che le comunità Neocatecumenali tengano delle celebrazioni speciali il sabato sera. Per poter meglio apprezzare l'importanza di questa concessione, dobbiamo tener conto che molti si sono opposti a questa pratica del Cammino considerandola di per sé elitista o divisiva (anche se le liturgie del cammino sono aperte a tutti). Nonostante tutto, questo principio è stato approvato ufficialmente. La richiesta di partecipare una volta al mese a celebrazioni generali della parrocchia si realizza già frequentemente, per esempio nel contesto delle solennità liturgiche come il Natale, l’Epifania, l’Istituzione dell’Eucaristia il Giovedì Santo, le feste patronali, l’Assunzione, Tutti i Santi, l’Immacolata Concezione.

La lettera cita anche l’articolo del Messale Romano sulle ammonizioni, ma lo trasforma da una pratica straordinaria ad una d’uso ordinario.

Anche le “risonanze” prima dell’omelia sono state accettate. E trattandosi di una cosa completamente nuova nella Chiesa, la lettera spiega alcune linee generali.

La lettera permette pure che il segno della pace si faccia prima dell’offertorio. Per capire la portata di questa concessione basta ricordare che solamente alcune settimane prima della data di questa lettera, il Prefetto della Congregazione spiegava a centinaia di Vescovi partecipanti al Sinodo sull’Eucaristia che nessuno era autorizzato a cambiare il momento del segno della pace. Infatti, alcune Conferenze episcopali avevano richiesto questa variazione, ma non era mai stata concessa. Infine, l’attuale modo di distribuire la comunione è permesso per un lungo periodo ad experimentum.

Ciò dimostra che non si tratta di una pratica irriverente, ma completamente legittima come qualsiasi persona che partecipi ad un’Eucaristia delle comunità può constatare. E’ scritto nel contesto dell’approvazione finale degli Statuti, che in questo momento sono approvati pure ad experimentum.

Appena questo periodo ad experimentum terminerà, la Commissione interdicasteriale delle cinque Congregazioni che hanno approvato gli Statuti (il Consiglio dei Laici, della Fede, del Clero, di Catechesi, della Liturgia e dell’Educazione Cattolica) verificherà gli adeguamenti necessari.

Perché è importante celebrare la Messa in piccoli gruppi?

Gennarini: Più del 70% dei membri nel Cammino sono cattolici non-praticanti. Le celebrazioni liturgiche svolte dalle piccole comunità creano un ambiente propizio per accogliere coloro che si sono allontanati. In una società che è sempre più secolarizzata, individualista e anonima, il Cammino offre nella parrocchia un ambiente dove le persone, battezzate o no, possono riscoprire la fede in una comunione vera.

Uno dei problemi della Chiesa oggi è l’anonimità nelle nostre parrocchie. Attraverso quest’esperienza, per esempio, le coppie possono sperimentare il perdono e trasmettere la fede ai propri figli. Uno dei frutti del Cammino è la ricostruzione della famiglia attraverso questa esperienza comunitaria. Da queste famiglie ricostruite stanno nascendo migliaia di vocazioni al presbiterato e alla vita consacrata, tutto questo attraverso la celebrazione eucaristica in piccole comunità di fede. La comunità salva la famiglia e, come afferma l’ “Ecclesia de Eucharistia” non esiste formazione della comunità che non abbia radici nella celebrazione dell’Eucaristia.

Alcune notizie giornalistiche presentano questa lettera della Congregazione per il Culto Divino come una correzione e un rifiuto da parte di Benedetto XVI nei confronti del Cammino…

Gennarini: Niente di più lontano dalla realtà. La nostra relazione con Benedetto XVI, prima d’essere Papa, è sempre stata molto buona. Il previo Cardinale Ratzinger conobbe il Cammino negli anni ‘70 e lo introdusse in Germania, nella sua patria. Come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ci ha sempre aiutato ed ha citato il Cammino in modo veramente positivo nei suoi vari libri.

Benedetto XVI ha ricevuto gli iniziatori del Cammino in novembre ed ha confermato personalmente il suo sostegno al Cammino e la sua gioia per i grandi frutti che sta dando alla Chiesa. Come dimostrazione del suo amore verso i frutti di questo Movimento, il Santo Padre manderà il 12 gennaio duecento nuove famiglie in missione, che andranno nei luoghi più scristianizzati del mondo ad annunciare il Vangelo.

Senza l’intervento del Santo Padre sarebbe stata impossibile l’approvazione di queste variazioni. Ci sentiamo pienamente confermati da Pietro. Chi vuole mettere Benedetto XVI contro Giovanni Paolo II sta alterando la realtà.

In questi giorni stanno uscendo notizie assolutamente prive di fondamento: voglio ricordare che nessun laico delle comunità neocatecumenali ha mai tenuto omelie come sostituto del sacerdote. Un’agenzia internazionale si è contraddetta accusando il Cammino di “pratiche innovative” e parlando allo stesso tempo di “una visione del mondo molto conservativa”.

Secondo la sua opinione, perché il Santo Padre ha approvato queste variazioni?

Gennarini: Benedetto XVI ha confermato la visione di Giovanni Paolo II, concedendo questo permesso per iscritto al Cammino Neocatecumenale, perché è molto cosciente della situazione drammatica della secolarizzazione e della necessità di evangelizzare.

Nell’ultima Giornata Mondiale della Gioventù ha detto ai Vescovi tedeschi: “la maggioranza della popolazione non è battezzata e non ha nessun contatto con la Chiesa e per lo più non conosce in assoluto né Cristo né la Chiesa… ‘Siamo diventati una terra di missione’. … in tutta Europa, come in Francia, in Spagna ed in altri posti, dovremmo riflettere seriamente su come si potrebbe oggi realizzare un’evangelizzazione vera, non solo una nuova evangelizzazione, ma con frequenza un’autentica prima evangelizzazione. …Esiste un nuovo paganesimo e non è sufficiente cercare di mantenere una comunità credente, nonostante questo sia molto importante; la grande domanda viene posta: che cos’è veramente la vita? Penso che tutti insieme dobbiamo cercare di scoprire maniere nuove di portare il Vangelo al mondo attuale, annunciare di nuovo Cristo e stabilire la fede”.

Questo dimostra il grande interesse del Santo Padre nello scoprire maniere e cammini per raggiungere l’uomo contemporaneo. E’ in questo contesto che bisognerebbe capire questi permessi.

Qual è il contesto di questa lettera?

Gennarini: Questa lettera è un passo molto importante nel processo dell’approvazione del Cammino. Nel 1997 Giovanni Paolo II incoraggiò gli iniziatori ad esaminare l’esperienza del Cammino dopo 30 anni e a formalizzarla con l’elaborazione di uno Statuto. In questo contesto, cinque dicasteri Vaticani – il Consiglio per i Laici, la Congregazione per la Dottrina della Fede, la Congregazione per il Clero e la Catechesi, la Congregazione per l’Educazione Cattolica e la Congregazione per la Liturgia – studiarono per anni le varie attività del Cammino offrendo raccomandazioni e fondamentalmente confermando l’esperienza di questo itinerario catechetico.

La prassi del Cammino Neocatecumenale è sempre stata conosciuta e appoggiata dai vari dicasteri vaticani. Già negli anni ‘70, quando dopo il Concilio Vaticano II si stava preparando un nuovo Rituale per l’iniziazione Cristiana per Adulti, l’esperienza, che stava nascendo, del Cammino fu lodata come un’applicazione pratica di quello che la Curia stava cercando di creare. Gli iniziatori hanno sempre mantenuto un dialogo con i Papi, a partire da Paolo VI e soprattutto con Giovanni Paolo II.

Quali sono stati finora i risultati di questo processo?

Gennarini: Il contenuto catechetico del Cammino nel suo itinerario d’iniziazione cristiana fu studiato in dettaglio dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, che al tempo era diretta dal Cardinale Ratzinger, e fu approvato con pochissime modifiche.

Il passo seguente fu l’approvazione di uno Statuto, compito non facile perché il Cammino non é un gruppo laico, né una fraternità sacerdotale, né un’associazione.

La Santa Sede si rese conto di questa complessità, e riconobbe il Cammino non come Movimento o come associazione, ma come un itinerario di formazione cristiana valido per trasmettere la fede in questa società attuale, sia per rinnovare la fede di coloro che sono già battezzati sia per iniziare i pagani ad una fede.

Dopo l’approvazione del metodo e dello Statuto, il passo seguente è stato lo studio degli adattamenti liturgici presenti in questa realtà liturgico-catechetica, che si è conlcuso con questa lettera.


 

Benedicto XVI pide al Camino que cambie aspectos en la celebración de sus misas

Kiko Argüello asegura que la misiva del Vaticano recoge las peticiones que hicieron al Pontífice

José R. Navarro Pareja

Madrid- En una carta dirigida a los iniciadores del Camino Neocatecumenal, Kiko Argüello, Carmen Hernández y el padre Mario Pezzi, la Congregación para el Culto Divino, máxima autoridad litúrgica vaticana, ha pedido que se modifiquen algunas adecuaciones pastorales de esta realidad eclesial, a la vez que ha ratificado el uso de otras, como los «ecos» -intervenciones de testimonio de los fieles presentes en la eucarístía- antes de la homilía, o la celebración del rito de la paz previo al ofertorio. La carta, firmada por el prefecto de la Congregación, el cardenal Francis Arinze, tiene fecha del 1 de diciembre, y supone una continuación de las orientaciones que los iniciadores recibieron de Benedicto XVI en la audiencia privada que mantuvieron con él en noviembre pasado.
   La misiva, de carácter privado, a la que ha podido tener acceso LA RAZÓN, comienza indicando que en la celebración de la misa «aceptará y seguirá todos los libros litúrgicos aprobados por la Iglesia, sin omitir ni añadir nada». Según ha reconocido Kiko Argüello a este diario, el texto de la misiva tiene presente las peticiones que los iniciadores de esta realidad eclesial hicieron al Santo Padre, como «la realización de moniciones antes de las lecturas, la presencias de ecos de la Palabra previos a la homilía, y mantener el rito del paz antes del ofertorio».
   Celebración en las parroquias. Según Argüello, la carta también refleja una de las peticiones de varios obispos, que reclamaban «una mayor presencia en las parroquias de las Comunidades Neocatecumenales». En este sentido, la misiva de la Congregación comienza recordando que tal como indicó Juan Pablo II, «el domingo es el día del Señor» y por ello insta al Camino a «entrar en diálogo con el obispo diocesano con el fin de que se trasluzca, también en el contexto de las celebraciones litúrgicas, el testimonio de inserción en la parroquia de las comunidades del Camino». De esta forma pide que «al menos una vez al mes las comunidades del Camino Neocatecumenal deben participar en la Santa Misa de la comunidad parroquial».
   Según reconoce Kiko Argüello, esta práctica ya es habitual en algunas parroquias, y «en todas ya se celebran conjuntamente las solemnidades, como la Navidad o la Semana Santa». Para el iniciador de esta realidad eclesial, la indicación de la Congregación «supone un reconocimiento explícito de que las comunides pueden seguir celebrando en pequeños grupos el resto de domingos del mes».
   Uno de los aspectos en que incide de manera especial la carta es en la forma en que debe realizarse la homilía, una de las cuestiones más criticadas al Camino Neocatecumenal por la introducción de los denominados «ecos». El Vaticano recuerda que la homilía, «por su importancia y naturaleza, está reservada al sacerdote o al diácono», aunque reconoce la posiblidad de «intervenciones ocasionales de testimonio por parte de los fieles laicos», siempre de acuerdo con la instrucción «Ecclesia de Mysterio». Otro de los aspectos en los que hace hincapié la comunicación de la Congregación es en la conveniencia de que las «eventuales moniciones previas a las lecturas deben ser breves».
   Sobre el modo de recibir la comunión, la congregación da al Camino Neocatecumenal «un tiempo de transición de no más de dos años» para que pasen de la forma que actualmente utilizan -sentados, en torno a una mesa en el centro del templo y repartiendo el pan y el vino entre los fieles-, «al modo normal para toda la Iglesia». También pide que se utilicen las otras plegarias eucarísticas contenidas en el misal, y no sólo una de ellas.
   La carta también permite, «hasta posteriores disposiciones», que en las eucarístías neocatecumenales el rito de la paz se sitúe antes del ofertorio. Esta práctica es habitual también en otros ritos de la Iglesia, como en el ambrosiano, que se utiliza en la diócesis de Milán, o en el antiguo rito mozárabe, empleado en España hasta la introducción del Canon Romano.
LA RAZON


Lettera della Congregazione per il Culto Divino al Cammino Neocatecumenale

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 1° gennaio 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la lettera che il Cardinale Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha indirizzato agli iniziatori e ai responsabili del Cammino Neocatecumenale.

Dalla Città del Vaticano, 1 dicembre 2005


Egregi Signor Kiko Argüello,
Sig.na Carmen Hernandez
e Rev.do Padre Mario Pezzi,

a seguito dei dialoghi intercorsi con questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti circa la celebrazione della Santissima Eucaristia nelle comunità del Cammino Neocatecumenale, in linea con gli orientamenti emersi nell’incontro con Voi dell’11 novembre c.a., sono a comunicarVi le decisioni del Santo Padre.

Nella celebrazione della Santa Messa, il Cammino Neocatecumenale accetterà e seguirà i libri liturgici approvati dalla Chiesa, senza omettere né aggiungere nulla. Inoltre, circa alcuni elementi si sottolineano le indicazioni e precisazioni che seguono:

1. La Domenica è il “Dies Domini”, come ha voluto illustrare il Servo di Dio, il Papa Giovanni Paolo II, nella Lettera Apostolica sul Giorno del Signore. Perciò il Cammino Neocatecumenale deve entrare in dialogo con il Vescovo diocesano affinché traspaia anche nel contesto delle celebrazioni liturgiche la testimonianza dell’inserimento nella parrocchia delle comunità del Cammino Neocatecumenale. Almeno una domenica al mese le comunità del Cammino Neocatecumenale devono perciò partecipare alla Santa Messa della comunità parrocchiale.

2. Circa le eventuali monizioni previe alle letture, devono essere brevi. Occorre inoltre attenersi a quanto disposto dall’ “Institutio Generalis Missalis Romani” (nn. 105 e 128) e ai Praenotanda dell’”Ordo Lectionum Missae” (nn. 15, 19, 38, 42).

3. L’omelia, per la sua importanza e natura, è riservata al sacerdote o al diacono (cfr. C.I.C., can. 767 § 1). Quanto ad interventi occasionali di testimonianza da parte dei fedeli laici, valgono gli spazi e i modi indicati nell’Istruzione Interdicasteriale “Ecclesiae de Mysterio”, approvata “in forma specifica” dal Papa Giovanni Paolo II e pubblicata il 15 agosto 1997. In tale documento, all’art. 3, §§ 2 e 3, si legge:

§ 2 - “È lecita la proposta di una breve didascalia per favorire la maggior comprensione della liturgia che viene celebrata e anche, eccezionalmente, qualche eventuale testimonianza sempre adeguata alle norme liturgiche e offerta in occasione di liturgie eucaristiche celebrate in particolari giornate (giornata del seminario o del malato, ecc.) se ritenuta oggettivamente conveniente, come illustrativa dell’omelia regolarmente pronunciata dal sacerdote celebrante. Queste didascalie e testimonianze non devono assumere caratteristiche tali da poter essere confuse con l’omelia”.

§3 - “La possibilità del ‘dialogo’ nell’omelia (cfr. Directorium de Missis cum Pueris, n. 48) può essere, talvolta, prudentemente usata dal ministro celebrante come mezzo espositivo, con il quale non si delega ad altri il dovere della predicazione”.

Si tenga inoltre attentamente conto di quanto esposto nell’Istruzione “Redemptionis Sacramentum”, al n. 74.

4. Sullo scambio della pace, si concede che il Cammino Neocatecumenale possa usufruire dell’indulto già concesso, fino ad ulteriore disposizione.

5. Sul modo di ricevere la Santa Comunione, si dà al Cammino Neocatecumenale un tempo di transizione (non più di due anni) per passare dal modo invalso nelle sue comunità di ricevere la Santa Comunione (seduti, uso di una mensa addobbata posta al centro della chiesa invece dell’altare dedicato in presbiterio) al modo normale per tutta la Chiesa di ricevere la Santa Comunione. Ciò significa che il Cammino Neocatecumenale deve camminare verso il modo previsto nei libri liturgici per la distribuzione del Corpo e del Sangue di Cristo.

6. Il Cammino Neocatecumenale deve utilizzare anche le altre Preghiere eucaristiche contenute nel messale, e non solo la Preghiera eucaristica II.

In breve, il Cammino Neocatecumenale, nella celebrazione della Santa Messa, segua i libri liturgici approvati, avendo tuttavia presente quanto esposto sopra ai numeri 1, 2, 3, 4, 5 e 6.

Riconoscente al Signore per i frutti di bene elargiti alla Chiesa mediante le molteplici attività del Cammino Neocatecumenale, colgo l’occasione per porgere distinti saluti.

+ Francis Card. Arinze
Prefetto
Congregatio de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum

 CULMENS ET FONS  

 VERITATIS SPLENDOR 

All’embrione, uno di noi la palma della notorietà


 

 Che rischio la Ru 486 nei Paesi poveri

di Assuntina Morresi

Uno dei miti della pillola abortiva è quello secondo il quale sostituendo la procedura chirurgica con quella medica si abbattono le complicanze e la mortalità dovute ad aborti mal eseguiti, o effettuati in condizioni di non sicurezza (aborto unsafe): una situazione ricorrente nei Paesi in via di sviluppo, anche dove l’aborto è legale. Ma si tratta, appunto, di un mito, considerati i requisiti richiesti nei Paesi occidentali per le donne che si sottopongono all’aborto chimico e i dati disponibili sulle sperimentazioni.
L’aborto non chirurgico più diffuso prevede una prima dose di mifepristone, che blocca la produzione di progesterone e causa la morte dell’embrione in utero, seguita dopo due giorni dall’assunzione per via orale o vaginale di misoprostol, che provoca le contrazioni e permette l’espulsione del "prodotto del concepimento". Dopo 14 giorni è prevista una visita per controllare che l’aborto sia avvenuto completamente.

Vediamo alcune delle condizioni essenziali richieste per accedere a questo tipo di procedura abortiva. Innanzitutto è di fondamentale importanza l’accesso a un servizio sanitario fornito di ecografo e relativo personale dedicato: l’età gestazionale va stabilita con precisione – dopo i 49 giorni di gravidanza l’efficacia della pillola abortiva diminuisce sensibilmente – e soprattutto è necessario escludere la possibilità di una gravidanza extrauterina, caso in cui la pillola abortiva non ha alcun effetto se non quello di mascherarne i sintomi e causare anche la morte, come già avvenuto negli Usa. È sempre con un’ecografia che si verifica il completo svuotamento dell’utero, nella visita prevista dopo due settimane dalla prima pillola. Si richiede inoltre di abitare a non più di un’ora di macchina da un ospedale in grado di effettuare interventi d’urgenza, e di potervi essere accompagnate: fra gli effetti collaterali più pesanti vi sono infatti emorragie – a cui possono seguire interventi medici o chirurgici, quando non trasfusioni –, forti dolori addominali – per cui sono spesso necessari analgesici – e infezioni, che richiedono trattamenti antibiotici sotto stretto controllo medico. Sono proprio i processi infettivi a essere oggi sotto accusa: quattro donne in meno di due anni in California e una quinta in Canada – come già denunciato su queste pagine, nel silenzio pressoché assoluto della "grande stampa" – sono morte per una rara infezione (dovuta al batterio Clostridium Sordellii) dopo essersi sottoposte ad aborto chimico (o medico).

Facile accesso a strutture ospedaliere debitamente equipaggiate di attrezzature e personale: quante donne ne possono disporre nelle regioni svantaggiate africane o asiatiche? D’altra parte i dati disponibili riguardanti le sperimentazioni in questi Paesi non sono incoraggianti: Winikoff e collaboratori, ad esempio, nel 1997 hanno condotto uno dei primi studi sperimentali (molto citato nella letteratura scientifica) sull’accettabilità del metodo abortivo medico in Cina, Cuba e India, paragonando i risultati con quelli ottenuti chirurgicamente. Le cifre mostrano che in questa sperimentazione in India l’aborto medico è fallito nel 5.2% dei casi, mentre per quello chirurgico il successo è del 100%; in Cina la pillola abortiva è fallita nell’8.6% dei casi, mentre il metodo chirurgico nello 0.4%. A Cuba addirittura viene riportato un fallimento del metodo medico del 16%, contro un 4% di quello chirurgico. Ricordiamo che quando la pillola abortiva fallisce è necessario procedere per via chirurgica, talvolta in condizioni di urgenza.

Tutte le donne coinvolte nella sperimentazione abitavano a non più di un’ora di macchina dalla clinica. Ma questa non è la condizione della maggior parte delle donne di questi Paesi, molte delle quali vivono in aree rurali del tutto sprovviste di servizi sanitari attrezzati. Incoraggiare un aborto medico che si potrebbe verificare anche a casa significherebbe esporle a numerose, evidenti e gravissime complicanze. Proprio ai pericoli per le donne lontane da strutture sanitarie si è appellato il ministro della Sanità australiano, quando ha confermato il bando alla pillola abortiva esistente nel suo Paese fin dal 1996. Fra le controindicazioni elencate per chi vorrebbe abortire con la pillola figurano anche malnutrizione e anemia, il che non depone precisamente a favore di questa procedura nei Paesi in via di sviluppo.

In un altro studio del maggio 2001, pubblicato nella rivista scientifica Lancet, si presenta una sperimentazione effettuata in Tunisia e Vietnam con un successo, rispettivamente, nel 91 e 93% dei casi, ancora una volta al di sotto della media occidentale (95%). Interessante il motivo addotto dalle donne che hanno scelto di abortire a casa: evitare il ricovero in clinica è compatibile con le attività familiari, di lavoro, di studio. Evidentemente le informazioni ricevute le avevano indotte a pensare che l’aborto chimico non avrebbe influito nel corso normale della loro vita. E invece il 13% delle donne tunisine ha dichiarato che gli analgesici ricevuti erano inadeguati per l’entità del dolore, e il 31% delle donne vietnamite che hanno scelto l’uso domestico del misoprostol si sono sottoposte a visite ospedaliere non programmate. Per non parlare dei noti effetti collaterali: crampi (più di due giorni in media), vomito (da mezza giornata a più di un giorno), diarrea, perdite di sangue anche pesanti, e via dicendo.

Nel testo dell’articolo viene sottolineato che «la somministrazione a casa del misoprostol offre alle donne più scelta, controllo e privacy nella gestione del proprio aborto», e quindi l’uso domestico viene consigliato per tutti i Paesi del mondo, sviluppati e non. Eppure le deludenti percentuali di efficacia indicherebbero il contrario. Come mai? A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca: quattro entusiasti autori – su sette – dell’articolo appartengono al «Population Council», l’ente no profit che detiene il brevetto del mifepristone nel mercato americano. Due di loro sono anche autori dell’articolo precedente, che infatti si concludeva con un giudizio positivo sulla sperimentazione presentata, contro ogni evidenza numerica.
 
In Cina dal 2001 è stata vietata la vendita della pillola abortiva in farmacia, ed è stato consentito l’aborto chimico solamente in cliniche specializzate. Motivo addotto: la sicurezza per la salute delle donne, senza ulteriori spiegazioni. Considerando che nel 2000 gli aborti con la pillola sono stati sette milioni, si può ragionevolmente supporre che complicanze e gravi effetti collaterali siano stati intollerabili anche per un regime come quello cinese, non particolarmente attento ai diritti umani, specie delle donne.

Qualche notizia però trapela. Nel 2000 è stato dedicato all’aborto medico un numero speciale del Journal of American Medical Women’s Association, nel quale il dottor Wu Schangchun, del «National Research Institute for Family Planning» di Pechino ha dedicato un articolo alla situazione in Cina. Se da un lato le sperimentazioni cinesi descritte nella letteratura medica danno un’efficacia che va dal 91 al 97%, con una percentuale di interventi chirurgici del 3-9%, viene specificato che in molte cliniche l’aborto per aspirazione è comunque eseguito al termine del terzo giorno della procedura medica se l’espulsione non è ancora avvenuta, per evitare interventi di emergenza per i quali non si è attrezzati. In questo modo il tasso di interventi chirurgici effettuati è maggiore del 20%. Il 35% delle donne denuncia perdite di sangue pesanti e prolungate, a causa delle quali il 10-20% deve tornare in ospedale, specie fra chi vive fuori dalle città. Il 40% non sceglierebbe nuovamente l’aborto medico. La «State Family Planning Commission» ha sottolineato che l’aborto medico deve avvenire in cliniche pubbliche specializzate e pronte a interventi di emergenza, ma nonostante ciò il numero di aborti medici sta diminuendo nei grandi ospedali, perché «lo staff medico è troppo impegnato in questa procedura (più consulti, più visite, più osservazione) e inoltre deve gestire casi con seri effetti collaterali e complicazioni».

http://www.impegnoreferendum.it/NR/exeres/631ED1FC-032A-4DA6-A32D-D00E60F89815.htm

 

 
PER LA FAMIGLIA
 
 
 
QUALSIASI VENTO DI DOTTRINA
 
Ipotesi su Wojtyla: il lettore Alberto Lorenzet mi scrive alcune considerazioni su cui meditare
 
Maurizio Blondet
 
«Nei mesi trascorsi dal nostro ultimo contatto, mi sono documentato sulla filosofia e l'opera di Wojtyla.
Lo scopo che mi ero prefisso
era di entrare nella mente di Giovanni Paolo II.
Il testo cui ho fatto riferimento è stato il libro di Rocco Buttiglione sul pensiero del defunto Pontefice.
Ora desidero metterla a parte delle mie riflessioni.
Wojtyla pensava che il nocciolo della teologia cristiana fosse il principio della dignità della persona umana.
Scopo metafisico dell'individuo sarebbe quello di realizzare attraverso Cristo la propria libertà.
Questo perchè Cristo e l'uomo comunicano in quanto persone.
Il rifondare il pensiero sull'uomo alla luce di queste riflessioni, avrebbe coinciso con una nuova e più radicale era di evangelizzazione e di riforma culturale e politico-sociale.
Una sorta di nuova manifestazione delle spirito cristiano.
Una Chiesa elevata a una seconda potenza di vita.
Uno spirito cristiano pronto a uscire dalla Chiesa cattolica.
Concetti che Wojtyla ha più volte ribadito durante i lavori del Concilio Vaticano II e  il suo pontificato.
Perchè Wojtyla avrebbe dovuto elaborare una complicata teoria sull'uomo quando la Chiesa cattolica aveva un patrimonio filosofico e teologico che resisteva da duemila anni?
».

«
La risposta si trova forse nella biografia del futuro Pontefice.
I segni di una presenza altra da Cristo nella vita del giovane polacco sono inquietanti.
Lei ha citato nel suo libro la vicinanza con la comunità ebraica di Wadowice e poi di Cracovia.
Poteva egli ignorare le voci che correvano sugli ebrei polacchi convertiti?
E poi il teatro.
L'intellettuale che modellò l'attore Wojtyla fu Kotlarczyk.
Questi fu l'ideatore del teatro rapsodico, inteso come rappresentazione senza scenografie basata sulla forza simbolica ed evocatrice della parola.
Quasi che la parola fosse uno strumento, un simbolo, per evocare il sè profondo dell'individuo.
Kotlarczyk era un seguace della teosofia.
Le sue rappresentazioni teatrali erano dunque evocazioni di potenze spirituali?
Egli era stato anche un ammiratore di Juliusz Osterwa, grande teorico polacco del teatro.
Osterwa aveva sposato Matylda Sapiezanka ed era così parente acquisito del cardinale Sapieha.
Questi introdusse nella vita sacerdotale il giovane Wojtyla.
E proveniva da una nobile famiglia polacca cattolica di origini ebraiche.
Le idee del teatro rapsodico sono alla base di tutta la riflessione wojtyliana sulla persona.
Per Giovanni Paolo II, Cristo è quella parola, quel segno, che fa scoprire all'uomo la sua natura spirituale.
Mi domando se il Cristo del Papa polacco fosse quello cattolico romano
».

«Ipotizzo: Karol Wojtyla cresce in costante compagnia di ebrei frankisti.
Questi diventano presto la sua famiglia adottiva.
Rimarrà infatti presto orfano di madre e vivrà con l'anziano padre.
Una situazione di carenza affettiva ideale per avvicinarlo e influenzarlo.
E' un ragazzo sensibile ed intelligente.
Supponiamo che un po' alla volta i suoi 'fratelli maggiori' gli abbiano detto: vedi, Karol, il vero Dio non è quello
che ha creato questo mondo materiale.
Anzi questi è il demonio, che ha imprigionato l'anima eonica nella materia.
Un tempo eravamo infatti tutti spiriti.
Noi, seguaci della vera dottrina, siamo stati i primi a essere chiamati dal vero Dio, il Dio tutto, il Dio spirito, il Dio androgino.
Egli, sia benedetto, ci disse: voi sarete gli eletti perchè distruggerete l'opera del maligno e riporterete le anime imprigionate nei corpi alla loro divinità.
Vi darò il dominio sulla terra perchè riusciate nella vostra opera.
Cominci a capire, Karol?...
Cristo ha detto in verità agli apostoli: io sono la ribellione al Dio ingiusto.
Io sono la 'potenza' che farà l'uomo Dio.
La croce è lo strumento con cui distruggerò la materia che vi imprigiona e renderò coloro che mi seguiranno degli dei. E sradicherò dal loro ethos terreno tutti i popoli.
E verrà un tempo in cui la mia opera sarà compiuta.
Quando il maligno non influenzerà più gli spiriti.
Quando il mondo sarà dominato dal popolo eletto che presiederà all'unione definitiva con Dio
».
 
«
Il giovane Karol contempla un crocefisso dorato nella cattedrale di Cracovia.
E comincia a comprenderne la forza evocativa.
Ora sa che ai polacchi sapienti è dato il destino che fu di Mickiewicz: suscitare la vera Chiesa.
Oramai i tempi ultimi bussano alla grande, sacra porta della 'storia'.
Ora Karol sa: vuole essere lui il 'santo' a cui Cristo darà il potere di trasformare la Chiesa cattolica.
Appena eletto al 'sacro soglio', mentre saluta la folla festante, Giovanni Paolo II afferma : 'credo che Mickiewicz sarebbe contento questa sera'.
Nella sua prima visita pastorale visitò il convento dei frati resurrezionisti fuori Roma.
L'ordine era stato fondato dal poeta vate polacco per guidare la rigenerazione della Chiesa.
Nella 'lettera apostolica' 'Terzo Millennio Adveniente', scritta nel 1994, il vescovo di Roma affermava che il Giubileo del 2000 sarebbe stato la chiave simbolica del suo pontificato.
Nel documento il cattolicesimo è evocato con termini messianici ('nuova era').
E il riavvicinamento all'ebraismo è definito come il culmine delle celebrazioni giubilari.
Tutti questi indizi portano a concludere che la dottrina di Wojtyla celasse messaggi nascosti.
In fin dei conti ha lasciato questo mondo scrivendo che dal male nasce il bene
».
 
Queste parole mi hanno, confesso, colpito.
Perché lo sfondo dell'ebraismo è proprio questo: l'autoredenzione dell'uomo che si compie nella storia.
Del resto, molti autori hanno additato come sospetto o strano l' «umanesimo» di Giovanni Paolo II. In apparenza, non occorre risalire all'ebraismo per cogliere le radici di questo «umanesimo»; Karol Wojtyla ha ammirato o è stato dichiaratamente influenzato da Edmund Husserl, Max Scheler, Maritain, De Lubac  e (più sospetto ancora) dal fanta-evoluzionismo di Theilard de Chardin.
Husserl (1859-1938) fu un matematico che, sulla scorta dell'empirismo inglese, inventò la «fenomenologia» come metodo di investigazione filosofica - metodo che restringe la ricerca a ciò che appare alla coscienza.
Un metodo non accettabile per la dottrina cattolica, fra l'altro (scusate se è poco) perché mette da parte le idee di «realtà», di «vero» e di «falso».
Ma c'è e c'è stato un husserlianesimo clericale che cerca di recuperare la fenomenologia alla ricerca teologica.
Di fatto, Husserl scrive in uno stile verbosamente sofistico, che spesso si ritrova nel «pensiero» di Wojtyla.
Il futuro Papa recupera Husserl attraverso Max Scheler, oggetto della sua dissertazione di laurea in filosofia nel 1953.
Lo interessa l'uso della fenomenologia che Scheler fa, come metodo per «penetrare» («penetrare» e «riflettere» sono due tipici termini del gergo husserliano) l'etica cristiana.


Non solo: oltre che amatore della «fenomenologia», Wojtyla condivideva la travolgente passione clericale per la cosiddetta «antropologia».
E antropologia fenomenologica è quel che leggiamo nelle encicliche, omelie e scritti plurimi del Papa.
Espressioni complicate, che occupano pagine di cui si capisce poco, tranne un costante riferimento, e ripetitive allusioni, all'«uomo».
Così, tipicamente, nella sua ultima lettera apostolica  «Rosarium Virginia Mariae», egli dice ad esempio che il Rosario ha «significato antropologico» (qualcuno sa cosa vuol dire?), e ritroviamo l'insistita concezione esemplificata nel titolo del paragrafo 25 «Mistero di Cristo, mistero dell'uomo».
Dovunque Wojtyla ci assicura, come già nella «Redemptor Hominis», che la vita di Cristo rivela «la verità sull'uomo».
Non manca certo qui una potente, soggiogante risonanza sentimentale.
Ma ad analizzare a fondo questo «pensiero», non si riesce a venirne a capo.
Che Cristo sia l' «uomo perfetto», è ovvio.
Che i Suoi insegnamenti implichino una verità sull'uomo, è indubbio e anche banale.
Ma  Cristo, per la fede cattolica, è venuto a rivelare la verità su di Sè, su Dio (Padre e Trinità) e sulla salvezza, non una misteriosa, sentimentale e antropologica «verità sull'uomo».


Ma Giovanni Paolo insiste che abbiamo da scoprire, o indovinare, qualcosa di grosso sull'uomo, come se l'uomo fosse il punto focale di tutto.
E poi che uomo: l'uomo in  generale?
L'uomo «nuovo», in qualche modo salutato superficialmente quanto trionfalmente dal Concilio, e mai comparso?
Il Vaticano II si volle non più un Concilio su Cristo, ma un concilio sull' «uomo».
Paolo VI andò all'ONU e si proclamò «esperto in umanità»: là, nel consesso massonico-umanistico principe della modernità.
Così Wojtyla: «è solo nel mistero del Verbo fatto carne che il mistero dell'uomo è visto nella sua vera luce» («Gaudium et Spes», 22).
Ancora una volta, la frase soggioga.
Ma poi, che significa?
Il mistero di Dio, d'accordo; ma che «mistero dell'uomo c'è?».
E perché la Chiesa, dopo Pio XII, non fa che vedere «mistero» dovunque salvo, beninteso, che in Dio? (al punto che gli esegeti negano le profezie e i miracoli di Cristo: no, lì non c'è nessun mistero, solo fandonie della «comunità originaria»).


Il fatto è che non c'è più la realtà (la realtà dell'uomo di fronte a Cristo, purtroppo, è semplice: si tratta di una creatura ferita dal peccato originale, inclinata al male, che attende la salvezza dalla Misericordia e dalla Croce), ma «profondo mistero» che va «penetrato» e non si sa quale «ricchezza» da - husserlianamente - «riflettere».
Sembra una pseudomistica.
E Jacques Maritain, che tanto ha influenzato Paolo VI e Wojtyla?
Anche lui batte sullo stesso punto: c'è un «umanesimo integrale» che è il «vero» umanesimo, opposto a quello della secolarizzazione.
Il tutto spruzzato dal «personalismo», la nozione che persona e personalità sono la chiave per interpretare la realtà: sempre l'uomo al centro.
Si aggiungano alla mistura Henri de Lubac - pregevole studioso del buddismo, ma da Pio XII messo all'angolo come portatore di una dubbia «nuova teologia» - evoluzionista e modernista, e fatto cardinale da Papa Wojtyla; e Theilard de Chardin, il paleontologo gesuita che elaborò una teoria fantastica sull'evoluzione dell'uomo dalla scimmia al «punto omega», che si consumerebbe nella natura e nella storia (Wojtyla dixit: «l'evoluzione è un fatto»).


Invece è il «fatto» che deve essere ancora provato, e i darwinisti non riescono a provare).
I maestri culturali di Wojtyla costruiscono tutto uno scenario di forze dinamiche, dove ha luogo un qualche «mistero» evolutivo, che noi dobbiamo capire per indovinare la direzione della storia…
Che dire di questo scenario antropo-misteriosofico-evolutivo?
Mi sembra che vi si applichino alla perfezione le illuminanti parole di san Pio X in «Notre Charge Apostolique»: «l'errore e il male sono presentati in un linguaggio dinamico, che avvolge nozioni vaghe ed espressioni ambigue in parole sentimentali e altisonanti», sicchè «infiammano i cuori degli uomini alla ricerca di ideali che, per quanto attraenti, sono tuttavia nefandi».
Del resto già il Concilio Vaticano I aveva chiarito: « la dottrina della fede rivelata da Dio non è stata data come invenzione filosofica che la mente umana debba perfezionare».
Invece tutti questi alto-clericali teologici non fanno altro che interpretare, migliorare, «sviluppare» (far evolvere) la fede ricevuta, ahimé troppo crudamente semplice.
Ovviamente «alla luce del Vaticano II».
Dove le esperienze hanno una parte centrale: in qualche modo, poiché siamo immagine di Dio, le nostre esperienze personali, se ben «penetrate», rivelano qualcosa su Dio.


Su questa via, evolutiva, esperienziale e antropologica (con il «mistero dell'uomo» al centro e al fondo), non è difficile incontrare l'ebraismo.
Il quale non è più da tempo una religione: non ha aldilà, non prevede una salvezza o una condanna dopo la morte, ma solo un «riscatto» (del popolo eletto) nell'aldiquà della storia.
Ma di qui, confluite le due religioni (la vera e la pseudo) nell'unica «cultura giudaico-cristiana» (contraddizione in termini anche antropologici: l'ebraismo è esclusivo e razziale, il cristianesimo è universale), dove si va?
Come si evolve il «mistero»?
Verso l'Anticristo.
L'uomo che si siede sul trono di Dio, e fa dio se stesso.
Tutta la nuova teologia lo suggerisce.
Ovviamente senza dirlo chiaro: «l'uomo è la via della Chiesa» (Paolo VI).
E Giovanni Paolo II, nella «Redemptor Hominis», suggerisce che Cristo, rivelandoci chi è Lui, ha mostrato a noi chi siamo.
Naturalmente il tutto condito di precauzionali «in certo modo», «fino a un certo punto», «a intendere propriamente».
«Il primogenito di tutta la creazione, incarnandosi nell'umanità individuale di Cristo, si unisce in qualche modo all'intera realtà dell'uomo che è anche 'carne' - e in questa realtà con tutta la 'carne', col complesso della Creazione» («Dominum et Vivificantem»).
In «qualche modo»: ma quale precisamente?


Quale «modo» che escluda il panteismo evoluzionista che qui sembra adombrato.
Nessuna risposta dalla neo-Chiesa: c'è qui in atto un «mistero» che dobbiamo «penetrare». 
Ancora: «l'uomo nella piena verità della sua esistenza, del suo essere personale e della sua comunità del suo essere sociale - nella sfera della sua famiglia, della società nei suoi diversissimi contesti, nella sfera della propria nazione o popolo (forse ancora solo del suo clan o tribù) e nella sfera dell'umanità nel suo insieme - quest'uomo è la via primaria che la Chiesa deve percorrere per compiere la sua missione: egli è la prima e fondamentale via per la Chiesa, la via tracciata da Cristo stesso, la via che porta invariabilmente attraverso il mistero della Incarnazione e della Redenzione».
Bello, commovente umanesimo.
Ma quale «pastorale» ne nasce?
Direttamente, Assisi: clan, tribù (in via di evolversi in popoli e nazioni) unite nel celebrare «il mistero dell'uomo».
Di conseguenza: basta più conversioni, è sufficiente la «testimonianza».
Indifferentismo ai contenuti della verità, tanto, l'umanità è in marcia.
Verso dove?

Beh, verso una sola direzione.
Di recente la Chiesa ha abolito il limbo (s'era sbagliata per secoli su questo punto centrale: era fallibile? E adesso è infallibile? Ma la cosa ha un senso nella «dinamica evolutiva»).
Quanto all'inferno, è probabilmente vuoto («in certo modo», «se si intende propriamente»).
Si può solo finire in Paradiso.
Come sognava Maritain: gli stupratori accanto alle loro vittime, tutti salvati e redenti.
O forse meglio: attraverso il Punto Omega di Theilard (l'impulso della natura, la «carne», a «spiritualizzarsi»: lo disse anche Hegel), il traguardo è l'ebraico Tikkun, il «riscatto» tutto nell'aldiquà, in un immanentismo umanistico finalmente, e felicemente compiuto.
E' questo che sarebbe venuto a rivelarci Cristo?

Maurizio Blondet

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LA SAPIENZA DEL MONDO
 
 

 

L’Anticristo, il penultimo Nemico

di MARCO MESCHINI

Un’antologia sul precursore del Demonio dalle origini al XV secolo

«C’è confusione, il sogno non è più quello». Qualcosa si agita nell’anima del grande pensatore, il genio ribelle. Il profeta: «Qualcosa si sta preparando. Qualcuno sta arrivando». È il 1899 e il secolo volge al termine, presto si schiuderà un sigillo. L’animo di Vladimir spazia sulla sterminata madre Russia, sorvola Berlino e Roma e infine, come al principio di tutto, si ritrova a Gerusalemme. È lì che la sua penna coglie il dominatore del mondo mentre riunisce tutti i cristiani e propone la soluzione per ogni cosa: il primato, la tradizione, la conoscenza. È lì che Qualcuno si scatena.
Friedrich è stremato, la sua mente vacilla da anni, anche il suo corpo lo regge a fatica. Dentro di lui risuonano le parole che ha scritto un giorno: «Che cosa è bene? Tutto ciò che accresce la volontà di potenza e la potenza stessa dell’uomo. Che cosa è male? Tutto ciò che deriva dalla debolezza». Come dunque poteva essere felice? Era lui che l’aveva scritto: «Che cosa è la felicità? Sentire che la potenza aumenta, che si vince una resistenza. Non soddisfazione, ma più potenza; non pace universale, ma guerra; non virtù, ma abilità. I deboli e i malriusciti dovranno perire: primo principio della nostra filantropia. Inoltre li si dovrà aiutare a farlo. Che cosa è più dannoso di qualsiasi vizio? L’attiva pietà per tutti i deboli e i malriusciti, il cristianesimo...». Ma Qualcuno avrebbe risposto.
Il secolo volgeva, iniziava il Mille e novecento. In quello stesso anno Vladimir Solov’ëv e Friedrich Nietzsche morivano entrambi in faccia a Lui. Contro di Lui Solov’ëv aveva scritto un Racconto e a Lui Nietzsche aveva dedicato un’intera opera, intitolata proprio con il Suo nome. Perché Egli era il nuovo padrone della terra, Lui, l’Anticristo.
Chi è l’Anticristo? È «l’uomo dell’iniquità» di cui parla san Paolo nelle sue lettere, è «la bestia» e «il drago rosso» dell’Apocalisse. Egli aveva già fatto la sua comparsa nell’Antico Testamento tra il Salmo 90 e il sogno del profeta Daniele, come una delle quattro bestie che sarebbero giunte nell’ultima ora, all’avvento di Satana, al tempo della consumazione di questo mondo. E Cristo stesso ne aveva fatto cenno più volte, parlando della Sua seconda venuta. L’Anticristo è dunque un precursore del Demonio, il servo ultimo del Male predestinato a manifestarsi nell’imminenza dei tempi finali, in piena escatologia, benché il suo spirito già aleggi sul mondo. E se non è ancora giunto è solo perché Egli è bloccato da «ciò che lo trattiene», come scrive Paolo ai Tessalonicesi. Così, da molti secoli, ci si immagina l’ultimo nemico terreno - quindi di natura umana - di Cristo, dal quale appunto prende il nome: Anti-Cristo, nel duplice senso di chi sta contro di Lui e chi si sostituisce a Lui.
Da oltre un millennio si tracciano coordinate e si disegnano interpretazioni dell’Anticristo. C’è chi l’ha visto come un mito comune a tutte le religioni, versione cristiana del mitico drago babilonese. C’è chi ne ha parlato come d’una leggenda interna alle religioni del Libro e del Messia (ebraismo, cristianesimo, islam) vedendovi quindi una variante dell’anti-messia. Un dato di fatto, però, rimane: sono secoli che la croce di Anticristo è gettata sulle spalle del nemico per scuoterne dalle fondamenta la credibilità e il potere. Lo fecero papi contro imperatori (per esempio Federico II), lo usò Lutero contro la Chiesa di Roma, vi ricorse persino Stalin, alla radio, per sollevare il popolo russo contro l’ex alleato nazista, esordendo con un poco comunista: «Fratelli e sorelle...». Perché poche altre cose sono radicate nel profondo della nostra coscienza di cristiani e di occidentali quanto questo fascinatore penultimo, questo filantropo e pacifista - ma pronto a colpire - che preparerà il terreno al Maligno.
Fa così scalpore un «novissimo» volume della Fondazione Valla-Mondadori dedicato a L’Anticristo, il nemico dei tempi finali (pagg. 620, euro 27) dove si sostiene che Egli non esiste. Curato da Gian Luca Potestà e Marco Rizzi, entrambi docenti all’Università Cattolica, il libro è il primo (su tre) di una serie che si spinge dal primo apparire della parola sino al XV secolo, escludendo quindi Solov’ëv e Nietzsche, insieme al Benson de Il padrone del mondo e molti altri, che del resto esulano cronologicamente dai limiti della collezione della Valla. Un’antologia imponente, corredata da un notevole apparato critico che parte da un’ipotesi nuova: se si sospende il preconcetto per cui tutti i testi escatologici del Vecchio e del Nuovo Testamento parlino per forza delle medesime realtà, ci si accorge che il termine entra nella storia del cristianesimo con la minuscola: anticristo, dunque, e non Anticristo.
La prima manifestazione della parola si ha in due lettere di san Giovanni, che restano gli unici passi neotestamentari dove essa compaia. In questo contesto essa sarebbe servita a indicare quanti si opponevano al corretto credo cristiano, in particolare all’incarnazione del Verbo e alla duplice natura di Cristo, vero Dio e vero Uomo. Un significato eresiologico, quindi, contro alcune correnti cristiane poi appunto divenute eretiche. Si era intorno all’anno 100 e poco dopo il termine venne ripreso dal vescovo Policarpo di Smirne, con simili intenti. Per veder sorgere l’Anticristo si dovette però attendere la fine del II secolo, quando un discepolo di Policarpo divenne vescovo di Lione. Il suo nome era Ireneo e scrisse un’opera destinata a grande fortuna, Contro le eresie, dove Ireneo confutò gnostici e marcioniti ricorrendo proprio alla figura dell’unico Anticristo. Per farlo accorpò tutti i passi escatologici presenti nelle Scritture, inventando così una figura destinata a enorme diffusione e uso. Ma a che scopo creare questa «retorica esegetica e teologico-politica», come la definiscono i curatori? Al fine di alleviare le sofferenze patite dai cristiani durante le persecuzioni: «Sapere che i mali con cui essi avevano a che fare erano i medesimi che gli eletti avrebbero dovuto affrontare contro l’ultimo nemico, in vista della definitiva liberazione, non poteva che essere motivo di consolazione e resistenza di fronte all’infuriare della tribolazione». Dunque Ireneo e i suoi primi continuatori - Ippolito, Origene, Lattanzio - avrebbero indicato nel tempo presente una figura, una prefigurazione dell’«ultima ora che viene», dando il «la» alle mille reinterpretazioni che si sono rincorse in poco meno di due millenni e che certo non mancheranno ancora.
Vedremo come sarà accolta questa nuova ipotesi, in delicato equilibrio tra singolare e plurale, tra anticristi e Anticristo. Sin da ora va detto però che il piano di critica storica indagato dai curatori è altra cosa dal piano teologico ed escatologico su cui si poggiò già Ireneo: nessuno sa quando arriverà, né che volto o che nome avrà. Ma il drago verrà.

 

SOCIETA'

INTERVISTA. SPAEMANN:«L’EUROPA E I FANTASMI SENZA VALORI»
 
 

SCIENZA

Scoperta: il fattore «tenerezza» aiuta a preservare la specie

L'UMILE DI NAZARET

CULTURA

LA MESSA DIVIDE L'EUROPA DALL'AMERICA

Per i lettori del mensile americano First Things, «Bibbia» dei neo-conservatori di orientamento religioso (i cosiddetti theo-con) il libro più importante del 2005 è stato «Il cubo e la cattedrale» di George Weigel. Tradotto in una mezza dozzina di lingue, non è uscito in italiano: un peccato, e un segno di miopia da parte di un certo ambiente politico e culturale nostrano, dal momento che Weigel - uno dei più influenti intellettuali cattolici americani, amico, confidente e biografo di Giovanni Paolo II - quando deve offrire un esempio di uomo politico europeo contemporaneo pericoloso a sé e agli altri torna ripetutamente sul nome di Romano Prodi.Ma «Il cubo e la cattedrale» non è un libro su Prodi. È una risposta dal punto di vista religioso al testo famosissimo di un neocon laico, Paradiso e potere, secondo cui gli europei vivono in un loro piccolo paradiso che cerca di realizzare l'ideale kantiano della pace universale, finanziato dalla rinuncia a consacrare una parte del loro budget pari a quella delle altre grandi potenze economiche alla difesa, e che in realtà riesce a sopravvivere solo perché è protetto dall'esterno - come il Paradiso Terrestre - da un angelo con la spada fiammeggiante che invece crede nel potere, lo finanzia e lo esercita: gli Stati Uniti. Kagan spiega questa diversità di atteggiamento fra europei e americani (da cui discendono scelte diverse sull'Irak, le Nazioni Unite, la linea dura contro il terrorismo) con il trauma che ha colpito l'Europa dopo le due guerre mondiali, l'Olocausto e gli altri orrori del Novecento.Weigel risponde a Kagan che la sua analisi è giusta, ma si ferma a metà. Non si chiede perché l'Europa ha conosciuto nel Novecento orrori ideologici come il nazismo e il comunismo cui gli Stati Uniti (che Weigel non idealizza affatto) sono in gran parte scampati. Per il teologo cattolico americano tutto comincia non con la Seconda, ma con la Prima guerra mondiale, «inutile strage» nelle parole di Benedetto XV e «onda di pazzia» in quelle di Winston Churchill, dove per Weigel vengono a scadenza le cambiali di un mondo che a partire dal 1789 aveva cercato di costruirsi intorno a ideali nazionalisti che separavano la nazione dalla memoria e dalla religione, dalla laïcité francese al Kulturkampf tedesco. La radice della differenza fra Europa e America sta nel fatto che il 60% degli americani va in Chiesa contro il 20% degli europei, esito di una storia che parte da una Rivoluzione americana che si è proposta di difendere la religione dallo Stato e da una Rivoluzione francese che ha voluto invece difendere lo Stato dalla religione. Rimanendo in Europa, da Chirac a Zapatero - secondo le parole del grande giurista ebreo ortodosso Joseph Weiler - una «cristofobia» di fondo, l'avversione alla fede e al cristianesimo, spiega la mancanza di speranza (che si esprime nel non fare più figli, nel «suicidio demografico» denunciato da Giovanni Paolo II) e di cristiano coraggio contro il terrorismo, che spingeva appunto la Commissione Europea di Romano Prodi a «cedere per non perdere» di fronte all'aggressione ultra-fondamentalista islamica. Due elementi che lascerebbero presagire uno scenario apocalittico, con il trionfo in Europa del fondamentalismo islamico per via sia demografica sia terroristica.Ma Weigel prevede anche uno scenario alternativo. I giovani della «generazione Giovanni Paolo II», all'Est come all'Ovest dell'Europa, mostrano spesso una sensibilità diversa. Tra vent'anni, potrebbero essere loro le classi dirigenti europee.

MASSIMO INTROVIGNE  

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PER UNA FEDE ADULTA

 

Milano : Meditazioni di frère Alois

sabato 31 dicembre 2005 sera

L’ ospitalità che abbiamo ricevuto in questi giorni dalle famiglie, le comunità, le parrocchie è un chiaro segno del Vangelo. Questa ospitalità rafforza la nostra fiducia in Dio. Tornando a casa, tutti vorremmo cercare il modo vivere la stessa apertura verso gli altri nella nostra vita quotidiana.

Giorno dopo giorno, la preghiera sarà un sostegno. E anche se non sempre riusciamo ad esprimere la nostra attesa interiore con le parole, fare silenzio è già l’ espressione di un’apertura a Dio. Durante questo periodo di Natale, ci ricordiamo che Dio stesso è venuto in un grande silenzio.

La nostra comunione con Dio si esprime a volte attraverso dei piccoli segni che toccano i nostri cuori. Così, all’ inizio della preghiera di questa sera, la luce che i bambini hanno acceso ci è arrivata dal lume della pace che brucia da secoli nella chiesa della natività a Betlemme.

La preghiera non ci isola, essa ci impegna. Pregare ci rende vigilanti. Pregare ci invita a prendere coscienza delle situazioni difficili intorno a noi, anche quando queste situazioni ci sembrano troppo complesse. C’è un coraggio della fede che ci porta a contribuire realmente, con la nostra vita, alla costruzione della pace e della giustizia sulla terra.

Dio ci vuole felici! E questa felicità, Dio la vuole per tutti gli uomini. Allora ognuna, ognuno di noi può cercare di sostenere anche una sola persona: un bambino abbandonato, un giovane senza lavoro e senza speranza, qualcuno che è in difficoltà, una persona anziana.

Ognuna, ognuno può essere più attento ad alleviare le pene e i tormenti di quelli che gli sono vicini. Attraverso l’apertura del nostro cuore, rendendo più felice una sola persona in difficoltà, rendiamo il mondo più umano. Il papa Benedetto XVI ha detto recentemente: “Tutti gli uomini appartengono alla stessa famiglia.”

Cominciando così nella nostra vita, molto umilmente, molto semplicemente, saremo portati ad andare più lontano, ad allargare sempre più una solidarietà e ad assumere un impegno deciso.

“Eccoci allora posti su un cammino di speranza”, scriveva frère Roger preparando la Lettera per il nostro incontro. E ci ha ricordato che non siamo soli su questo cammino: “Dio ci dona di avanzare verso una comunione, questa comunione d’amore che è la Chiesa...”.

A Taizé, per tutto il prossimo anno, negli incontri di giovani che avranno luogo settimana dopo settimana, cercheremo il modo di camminare insieme su questa strada di speranza.

Per prepararci a trasmettere qualche cosa della consolazione di Dio è bene ascoltare queste parole del Cristo così importanti: “Non vi lascerò mai soli, vi invierò lo Spirito santo, il Consolatore. Sarà con voi per sempre.”

La lettera di frère Roger è rimasta incompiuta. Adesso è con la nostra vita che tutti noi vorremmo compierla. E’ con la nostra vita che noi cercheremo come rispondere a questo invito di frère Roger a “creare nella famiglia umana delle possibilità per allargare...”

Un bambino:

Questa sera noi salutiamo i giovani dell’Austria, del Belgio, della Gran Bretagna, dell’Irlanda, del Lussemburgo, dei Paesi Bassi, della Svizzera, della Francia e della Germania.

Noi salutiamo anche i giovani dell’Argentina, del Brasile, della Bolivia, del Cile, di Portorico, di Haiti, del Messico, della Nuova Zelanda, dell’Australia, del Canada e degli Stati Uniti.

La preghiera ora continua con il canto, dopo ognuno potrà venire ad appoggiare la sua fronte sulla croce per affidare a Dio le sue difficoltà e quelle degli altri.

venerdì 30 dicembre 2005 sera

Questa sera abbiamo tra noi il cardinale Tettamanzi, arcivescovo di Milano. Noi vorremmo ringraziare lui, le parrocchie e le famiglie di Milano e di tutta la diocesi che ci accolgono così calorosamente.

Per frère Roger l’urgenza di vivere una riconciliazione tra i cristiani non era semplicemente un tema per la riflessione, era un’evidenza. Per lui, la cosa importante prima di tutto era vivere il Vangelo e comunicarlo agli altri. E il vangelo, non lo possiamo vivere che insieme. Essere separati non ha alcun senso.

Già da giovane, frère Roger si poneva la domanda: come i cristiani possono parlare di un Dio di amore e restare divisi? Come possono utilizzare a volte così tante energie per giustificare delle divisioni?

Una comunione tra i cristiani si ricerca senza sosta. Se questa ricerca volesse dire soltanto metterci gli uni di fronte agli altri e discutere, mancherebbe l’essenziale. Allora qual è l’essenziale?

L’essenziale è volgerci insieme verso il Cristo che è sempre vivo, sempre presente. E’ quello che facciamo nella preghiera comune, anche qui a Milano. Volgerci insieme verso il Cristo, percepire la sua presenza, si può fare sempre, anche custodendo il silenzio.

In questi giorni ci siamo riuniti arrivando da paesi e tradizioni molto diverse, e ci è dato di realizzare come un segno della profonda comunione che unisce tutti i battezzati. Sì, noi vogliamo anticipare un’unità visibile dei cristiani.

Noi cerchiamo di essere attenti alla chiamata del Cristo: che siano una sola cosa perché il mondo creda! Senza riconciliazione non è possibile pronunciare una parola che sia credibile. Senza riconciliazione, il messaggio di pace del Vangelo diventa inascoltabile.

La riconciliazione tra i cristiani non è di per sé un obiettivo, i cristiani la ricercano per essere dei fermenti di pace e di fiducia, in tutta la famiglia umana sulla terra.

E questa sera possiamo dire questa preghiera: Dio di bontà, sprovvisti come siamo a Natale tu ci chiami a portare la pace là dove ci sono le opposizioni, e a rendere percepibile con la nostra vita un riflesso della compassione di Dio. Sì, tu ci doni di amare e di dirlo con la nostra vita.

giovedì 29 dicembre 2005 sera

Molti tra voi portano in sé un desiderio di pace, di comunione, di gioia. Per vivere queste realtà, in questi giorni noi vorremmo cercare di prendere un nuovo slancio. E dove trovare questo slancio? Prima di tutto alle sorgenti della fede, cioè alle fonti di una umile fiducia in Dio.

Questa fiducia ci rende capaci di uscire dalle nostre paure. Questa fiducia ci permette di credere che c’è un avvenire, non soltanto per noi, ma per ogni essere umano sulla terra.

Ieri sera, vi dicevo che, dopo la morte di frère Roger, noi fratelli della comunità siamo stati circondati da tanta amicizia, ci siamo sentiti “portati” da Dio, e che quindi, adesso la nostra piccola comunità è come spinta a continuare, con voi e molti altri, sulla strada che frère Roger ha aperto.

Nella “Lettera incompiuta”, voi avete letto che, il pomeriggio del giorno in cui morì, frère Roger ha parlato di “allargare”. Per tutti noi, questo vuol dire innanzitutto: aprirci ancora di più alla presenza di Dio. Così possiamo rendere più percepibile l’amore che Dio ha per tutti gli uomini senza eccezione, per tutti i popoli.

Sì, “allargare”, questa realtà comincia all’interno di noi. Il nostro cuore si allarga quando viviamo una profonda riconoscenza verso coloro che ci circondano. Così noi osiamo andare verso quelli che soffrono vicini o lontani, e cominciamo a cercare la strada di una vera solidarietà.

Nei prossimi anni, allargheremo anche il “pellegrinaggio di fiducia sulla terra” . Gli incontri europei continueranno ogni anno. Il prossimo avrà luogo tra un anno, dal 28 dicembre 2006 al 1° gennaio 2007, in Europa centrale. Saremo felici di essere accolti nella capitale della Croazia, a Zagabria.

In questi ultimi anni, giovani di diversi continenti sono venuti sempre più numerosi a Taizé. Anche loro ci invitano ad allargare il nostro pellegrinaggio. Come rispondere alla loro attesa? Come esprimere che cerchiamo tutti insieme una comunione?

Per ascoltarci reciprocamente e per sostenere una speranza, avremo l’anno prossimo un incontro in India, dal 5 al 9 ottobre 2006. Esso riunirà dei giovani di tutta l’India e anche di altri paesi asiatici e anche europei. Avrà luogo a Calcutta.

Gli anni successivi prepareremo degli incontri di giovani in America latina e poi in Africa.

Con questi incontri ci sosterremo gli uni gli altri. Saranno un segno, molto umile, di quest’unica comunione che è la Chiesa.

Come Giovanni Battista, noi vogliamo preparare sulla terra la strada del Cristo, lui che è il sole che sorge e viene a visitarci. E noi gli chiediamo: Gesù Cristo, giuda i nostri passi sulla via della pace.

Un bambino:

Ogni sera, diciamo i nomi e preghiamo per i popoli che sono qui. Noi salutiamo questa sera i giovani della Bielorussia, della Russia, Ucraina, Kazakistan, Albania, Slovenia, Romania, Serbia-Montenegro, Grecia e Croazia.

Salutiamo anche i giovani della Corea, di Hong Kong, Giappone, India, Indonesia, Filippine.

Salutiamo i sacerdoti ortodossi Policarpo del patriarcato di Costantinopoli e Traina del patriarcato di Romania, il sig. Gioacchino Pistone, presidente del consiglio delle Chiese cristiane di Milano, i pastori Mack e Eckert, don Gianfranco Bottoni, di Milano e don Aldo Giordano, segretario generale del Consiglio delle conferenze episcopali europee.

E ci rallegriamo in modo speciale per la presenza di mons. Vlado Kosic, vescovo ausiliare di Zagabria.

La preghiera continua ora con il canto. Più tardi ognuno potrà venire a posare la fronte sulla croce per affidare a Dio le proprie difficoltà e quelle degli altri.

mercoledì 28 dicembre 2005 sera

Questa sera siamo felici di essere insieme, arrivati da tanti paesi d’Europa e anche da altri continenti. Noi siamo molto toccati dall’accoglienza dei milanesi: è così calorosa, malgrado la neve. E proprio in questo momento, le campane di tutte le chiese della città e della diocesi stanno suonando per accoglierci. Oggi comincia il primo incontro europeo senza frère Roger, lui che ha iniziato questo “Pelleginaggio di fiducia sulla terra” 28 anni fa.

Frère Roger ha lasciato per noi delle parole che troverete nella lettera che avete ricevuto: la “Lettera incompiuta”. All’inizio della lettera si trovano queste parole: “E’ la pace del cuore che permette di volgere uno sguardo di speranza sul mondo”. E’ questo sguardo di speranza che noi cercheremo di approfondire nei prossimi giorni.

La morte violenta di frère Roger è stata una grande prova per la nostra comunità. Io voglio ringraziare molti di voi che ci sono stati così vicini in questa prova.

Questa morte tragica resta per noi un mistero. Nel corso della sua vita frère Roger ha spesso posto questa domanda: Perché la sofferenza degli innocenti? Ed ecco che lui stesso si è aggiunto al numero di coloro la cui prova resta senza spiegazione.

Questa sera vorrei condividere con voi una esperienza molto personale che abbiamo fatto in comunità, con i fratelli. Due frasi della Bibbia l’esprimono molto bene.

Il Nuovo Testamento dice a proprosito dei primi cristiani: “Avevano un cuore solo e un’anima sola”. Noi possiamo dire, noi fratelli della comunità, che un’esperienza simile è davvero possibile. Questa unità profonda, con stupore l’abbiamo vissuta tra noi in questi ultimi mesi.E’ un dono di Dio che ci ha colmati.

La seconda frase viene dal profeta Isaia. In un momento storico estremamente difficile, Isaia sente che Dio dice al suo popolo: “Io vi porterò”. Anche questo, noi l’abbiamo vissuto. Noi siamo stati come portati da Dio durante questa difficile situazione.

Così ora la nostra comunità è come spinta a continuare, con voi e molti altri, sulla strada che frère Roger ha aperto. E’ un cammino di fiducia. E voi sapete che, per frère Roger, “fiducia” era una parola chiave.

Questa parola “fiducia”, non era per lui una parola facile. Essa contiene un invito (chiamata): accogliere semplicemente l’amore che Dio ha per ciascuno di noi, vivere di questo amore, e assumere i rischi che questo comporta.

Anche se il mondo è spesso ferito dalle violenze e dai conflitti, noi possiamo guardarlo con gli occhi della speranza.

Un bambino:
Ogni sera noi diremo i nomi e pregheremo per i popoli che sono presenti qui. Noi salutiamo questa sera i giovani della Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca, Spagna, Portogallo, Malta e Italia.

Noi salutiamo il vescovo Juarez, venuto dalla lontana Bolivia, il p. Johan Bonny, venuto da Roma, mons. Redaelli, mons. Spezzibottiani di Milano.

 

STORIA

Romano Guardini: Discorsi di commemorazione sulla Rosa Bianca

STRUMENTI PASTORALI
 
Preparación de la visita de los Reyes Magos a las parroquias
 
(CAMINEO.INFO) - Aprovechando que se acerca la fiesta de la Epifanía, y recogiendo la tradición de la Iglesia, se hace una celebración especialmente dedicada a los más pequeños para transmitirles la fe aprovechando la ilusión y la inquietud que genera la espera de esa fecha tan señalada que anhelan desde el comienzo de las navidades.

Un hermano del Camino ha tenido a bien enviarnos un esquema con la pauta de la celebración, así como anexos a cerca de la misma para que podáis transmitir la fe a vuestros hijos.

El anuncio del nacimiento de Jesús el Hijo de Dios en Belén y su acogida en nuestros corazones y en nuestra vida, como miembros de una comunidad cristiana viva, es parte de la obligación de transmitir la fe a nuestros hijos como una gracia especial de Dios. En este sentido se ha constituido en muchas de las comunidades del Camino Neocatecumenal la tradición de realizar una celebración especialmente dedicada a los niños en la cual estos son el centro de la misma, ya que con la ilusión con la que esperan a los Reyes Magos, se aprovecha para introducirles en los misterios de la Anunciación, Nacimiento y Adoración del Hijo de Dios y resto de fiestas del comienzo del año litúrgico, etc. Toma aquí especial importancia el carisma del didáscalo ya que de son los promotores, dinamizadores y coordinadores principales de esta celebración encuadrándola en la parte final de la convivencia-reunión con los niños de las comunidades en el tiempo de Navidad, donando gratuitamente su tiempo para realizar este estimado servicio.

Aprovechamos de una forma eficaz la atención que mantienen los niños por la tensión de estar físicamente ante sus majestades Los Reyes Magos que, como todos sabemos, han podido hacer un inciso en su arduo trabajo de recorrer ciudad tras ciudad, para visitar a todos los niños del mundo, para llevarles regalos y el testimonio de que verdaderamente ha nacido el Hijo de Dios. Pues por esa razón después de los complejos tramites y peticiones que ha hecho nuestro párroco/responsable de la 1ª Comunidad para poder realizar esta visita han podido al fin también visitar nuestra parroquia en la que niños y adultos también vamos a adorar al Hijo de Dios recién nacido al igual que ellos.

Todos sabemos lo importante que es para los Reyes que los niños sean obedientes, no sean avariciosos, no se peleen, sean buenos estudiantes, compartan sus juguetes, etc., como el Niño Jesús les está diciendo a través de la Iglesia, sus presbíteros, catequistas, didáscalos y padres. Por esta razón quieren Sus Majestades recoger personalmente las cartas escritas por los niños o por sus padres y hablar con cada uno de ellos antes de tener que marcharse a visitar a otros niños.

Pedro, 1ª comunidad de San Agustín, Las Palmas de Gran Canaria, España



Preparación de la celebración
del día de los Reyes Magos

El equipo de preparación, con tiempo de antelación suficiente debido a la dificultad existente para juntarse durante unas fechas con tantas fiestas debe fijar el lugar y la fecha para reunirse.

Equipo de preparación de la celebración:

Este equipo se encargará de preparar la celebración, en primer lugar han de analizar de forma crítica y constructiva la celebración del año anterior, considerando que errores se pudieron cometer, que cosas se habrían de evitar y que se puede mejorar para tener una mejor celebración en el año en curso. Han de decidir quien y cómo se hará cada cosa, buscar el lugar, día y hora de la celebración, organizar el orden de la celebración, buscar con antelación suficiente quienes harán el importantísimo servicio de representar papel de Reyes Magos, etc.

Se ha de realizar la preparación con los siguientes asistentes de forma genérica:
1. El párroco.
2. El responsable de la 1ª comunidad de la parroquia.
3. Los maestros de niños-didáscalos de las comunidades.
4. El responsable de salmistas.
5. El responsable de ostiarios.
6. Resto de personas que se estime importante su asistencia.

En todo caso y en cada lugar se ha de adaptar este esquema general a las condiciones concretas de las comunidades en su situación particular en cada parroquia.



Lugar de la celebración:

Es aconsejable si las circunstancias lo permiten, para dar un carácter de seriedad y solemnidad a la celebración realizar la misma en la parroquia o en dependencias de la misma. En todo caso el lugar escogido se ha de preparar, al igual que cualquier otra celebración, con antelación de una forma digna teniendo en cuenta el siguiente esquema general:

" En la presidencia de una manera destacada se colocarán tres tronos preparados suntuosamente para los Reyes Magos. Desde cualquier punto de la sala se ha de tener acceso visual a este sitio.

" A la derecha, como cualquiera de nuestras celebraciones, irá colocado el ambón con una cruz, un hermoso cubre-atril y un centro de flores. También ha de estar destacado pues toda la celebración se dirigirá desde este lugar.

" Teniendo en cuenta la anterior distribución y la forma de la sala, se buscará un sitio también destacado y visible para colocar un pesebre con el Niño Jesús que vendrán a adorar los Reyes Magos.

" El resto de la asamblea se colocará alrededor del escenario anterior, dejando un sitio a la derecha para los salmistas, y dando preferencia en las primeras filas a los niños más pequeños, los cuales son el centro de esta celebración ya que por su edad e inocencia mantienen una mayor atención por la expectación, nerviosismo y tensión que tienen.

" Estimándose con antelación el número aproximado de asistentes el lugar escogido ha de tener capacidad suficiente para la correcta colocación de todos ellos.



Día y Hora para la celebración:

Lo aconsejable es hacer la celebración la tarde anterior al día de Reyes. Pero hay que tener en cuenta las circunstancias concretas de cada parroquia y en particular de las tradiciones del lugar, ya que si hay una costumbre generalizada de asistir a la Cabalgata Oficial de la localidad, que siempre se realiza la tarde del día 5 de Enero, es hacer la celebración de la visita de los Reyes Magos a la parroquia el día anterior, o sea el día 4 de Enero, para evitar que coincidan dichos actos, o coordinarla en el mismo día 5 de Enero si los horarios lo permiten.

En cuanto a la hora, lo mejor para fijarla es tener en cuenta cual es la más apropiada para la mayor asistencia de niños acompañados de sus padres.



La importantísima designación o elección de los Reyes Magos:

Según la disponibilidad de los hermanos que acepten realizar este servicio con humildad, entendiendo bien la gran importancia y responsabilidad que es poder hacer este servicio a los niños y la comunidad en general, es aconsejable y muy-muy importante que los
hermanos que realicen el papel de Reyes Magos, sean hermanos de otra parroquia, a los cuales no conozcan los niños, este punto es posible si la preparación se hace con antelación suficiente para haber llegado a un acuerdo con otra parroquia del entorno que tenga necesidad del mismo servicio para intercambiar los hermanos dispuestos a realizar esta función.

Hay que advertir a los hermanos que acepten humildemente realizar este servicio, la gran importancia no solo de disfrazarse, realizando correctamente el papel de Rey Mago, sino que también como hablar a los niños, catequizándoles sin moralismos, pues en la medida que se haya preparado bien esta celebración, se habrá tenido en cuenta desde las edades de los niños a los que se van a dirigir e incluso que ideas principales transmitirles.



Cosas necesarias para la celebración:

" Un Niño Jesús con su pesebre de los que hay en las parroquias para adorar en las fiestas de la Navidad.

" Trajes para vestir a los tres Reyes Magos, y es su caso si es necesario para los pajes.

" Tres sillones grandes.

" Tres micrófonos: uno para los salmistas, uno para el ambón y uno inalámbrico para los Reyes Magos. Hay que tener muy presente que la acústica es importantísima, ya que a los niños la fe también les llega con la predicación.

" Bolsas de chuches para los niños (ha de estimarse con antelación el número de niños aproximado que asistirán).

 

Pautas principales de la celebración.

La celebración ha de ser solemne dándole un carácter de seriedad pero también distendida ya que con gran emoción y tensión los niños esperan la llegada de los Reyes Magos que saben, al igual que los niños también saben, que ha nacido el Hijo de Dios, y van a alabarlo todos juntos , los Reyes, los niños y los adultos. Para realizar esto tenemos que crear un clima propicio que aumente la expectación de los niños para lo que se aportan las siguientes ideas:

Antes de la celebración:

" La comunidad/es: La complicidad de toda la asamblea de comunidades, o de la comunidad, o de la parroquia, según el caso particular que se trate, es muy importante para preparar un clima propicio en los niños para que ansíen esta celebración: por ejemplo, en las celebraciones de las comunidades anteriores al día de la celebración de los Reyes Magos como el día de Navidad, la Fiesta de la Sagrada Familia (en el caso que se celebre), o en la Solemnidad de Santa María Madre de Dios del día uno de cada año, pues se va advirtiendo por parte del responsable o de un didáscalo, como un aviso mas, pero especialmente dedicado a los mas pequeños que este año también se ha pedido/solicitado audiencia a Sus Majestades Los Reyes Magos, pero que todavía no esta claro si podrán venir a la parroquia porque tienen la agenda muy complicada, pero que nos confirmarán si podrán o no venir mas adelante, aunque esta muy difícil, sabemos que todos los años han venido y tenemos la esperanza de que este año también lo puedan hacer, así que hay que rezar para que tengamos esa dicha.

" Los padres: la complicidad de los padres es también fundamental para preparar un clima propicio en los niños para esta celebración, con la supervisión de los padres que deben colaborar en la confección de la carta a los Reyes Magos, contándoles ya a los niños que van a verlos en persona en la parroquia, que por fin se ha conseguido una audiencia para el día D a la hora H, que tenemos que prepararnos para verlos, que ese día hay que ir muy guapos y bien vestidos ( ¡nos visitan los propios Reyes Magos en persona! ), que en la audiencia hay que estar como en una Eucaristía, callados y quietos, guardando respeto a los Reyes y mostrándoles lo bien educados que estamos, etc.

Durante la celebración:

" Con la estética de la sala.

" La colocación de la asamblea

" La forma de vestir los asistentes, ya que nos visitan Sus Majestades los Reyes Magos.

" El trato solemne en la celebración a los niños haciéndolos ver como que estamos haciendo algo excepcional, esperando la visita de los Reyes a nuestra parroquia.

" Durante la celebración guardando los adultos la compostura comportándonos de una forma alegre y digna. Como nosotros nos omportemos así se comportaran los niños.

" Tratando a Los Reyes Magos con sumo respeto y deferencia.



Orden de la celebración.

Rito de entrada:

" Monición ambiental. La persona designada expone con palabras y expresiones adecuadas a los niños el motivo de tan importante reunión, explica los signos preparados para la misma, el orden de la asamblea y como se va a desarrollar el orden de la celebración, para que los niños sepan que antes de recibir a los Reyes Magos vamos a cantar, leer un Evangelio y a recibir una catequesis sobre la importancia del nacimiento del Señor en Belén, que hay muchas personas en el mundo que cada año están esperando conocerle, que todo esta preparado ya y que nos han avisado Sus Majestades que ya están cerca por lo que tenemos que ir preparándonos ya para recibirles.

" Canto de entrada. Se hace un villancico.

" Saludo del Presidente.

Liturgia de la Palabra:

" La preparación de esta liturgia la pueden haber hecho un grupo de niños con un  didáscalo, haciendo ellos mismos las moniciones, lecturas y preces e incluso cantar solos algún villancico.

" Monición al Evangelio.

" Evangelio: Mateo 2, 1-12 (u otro distinto que el equipo de preparación haya estimado mas adecuado)

" Los niños pueden contar lo que han entendido y plantear dudas o preguntas.

" Catequesis a los niños, con un lenguaje adecuado a la edad y entendimiento de  todos los niños, explicándoles las dudas planteadas anteriormente, para enlazar con la inminente llegada a la parroquia de Los Reyes Magos.

Espera activa de Los Reyes Magos:

" Como los Reyes han tenido un imprevisto y se retrasan un poquito mas, cantamos algunos villancicos (esta situación hace mas tensa la ansiedad de los niños).

" Se puede preparar alguna actuación especial y adecuada al contexto catequético de la celebración para entretener a los asistentes hasta la llegada "retrasada" de Los Reyes Magos.

" Antes de que entren Los Reyes Magos en la asamblea volvemos a poner énfasis y aumentamos de nuevo la inquietud ante la espera para recibirlos solemnemente cantando un canto (lo importante es captar la atención de los presentes de manera que el instante mismo de la llegada de sus Majestades sea sorpresivo, ya que esto hace aumentar la tensión y por tanto la atención de los niños).

Recepción de Los Reyes Magos:

" El que recibe a la comitiva desde el atril es el máximo representante que se encuentre presente en la asamblea (Párroco, presbítero, responsable de la 1ª comunidad, etc.), pues representa y es la voz de la asamblea ante Los Reyes Magos.

" Les damos la bienvenida con un aplauso ya que estos representan a los primeros que acogieron la llamada y siguieron la estrella hasta Belén buscando al Hijo de Dios recién nacido.

" Los Reyes Magos entrarán en procesión saludando a los asistentes, irán primero a adorar al Niño Jesús y a entregarle sus regalos, y posteriormente se colocarán se en el centro de la asamblea donde les entregaremos un micrófono para entablar un diálogo con el representante de la asamblea agradeciendo el saludo y la calurosa acogida de la asamblea.

" Los Reyes Magos explican un poco el motivo por el que han venido y hacen otro breve diálogo con los niños o una catequesis especialmente dirigida a los niños (adjuntamos a este manual varias catequesis, homilías y artículos para la preparación de este punto, además del mamotreto de los didáscalos que circula por la Web).

" Ellos mismos indican que se van a sentar en los tronos preparados como hacen cada vez que visitan un sitio y que los niños, uno por uno, pueden ir pasando a entregarles la carta y a hablar con ellos un momentito.

" Comienzan los niños a sentarse y a hablar con Los Reyes de una forma ordenada esperando cada uno su turno. Mientras la asamblea continúa cantando villancicos.

" El Rey Mago al terminar de hablar con el niño le entregará una pequeña bolsa de chuches del saco en que las lleva.


Despedida de Los Reyes Magos:

" Cuando han terminado todos los niños, el responsable retoma la palabra y la iniciativa de nuevo y comienza la despedida dando las gracias por la visita de Sus Majestades por venir a recoger personalmente las cartas de nuestros hijos, por haber hablado con cada uno, etc...

" Los Reyes a su vez se despiden haciendo hincapié en su misión catequética e invitando a la asamblea a adorar al Niño Jesús cuando termine la celebración, como lo han hecho ellos al llegar, etc. y salen en procesión y saludando a los niños, mientras cantamos otro villancico.


Conclusión de la visita y de la celebración:

El Presidente retoma la palabra y concluye la celebración o con una oración general o invitando a los niños y adultos a hacer preces personales después de tan emotiva visita, que recoge con un padrenuestro y finaliza la celebración con otra oración de despedida. Finalizamos la celebración haciendo un canto de despedida mientras ala asamblea adora al Niño Jesús.

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La Epifanía, Dios se revela a todas las naciones
(CAMINEO.INFO) - El próximo día 6 de enero la Iglesia celebra la Epifanía para recordar la Manifestación del Señor a todos los hombres con el relato de los Magos de Oriente que nos narra el Evangelio (Mt 2, 1-12). Aquellos hombres que buscaban ansiosamente simbolizan la sed que tienen los pueblos que todavía no conocen a Cristo Jesús.

La Epifanía, en este sentido, además de ser un recuerdo, es sobre todo un misterio actual, que viene a sacudir la conciencia de los cristianos dormidos.

Para la Iglesia la Epifanía constituye un reto misional: o trabaja generosa e inteligentemente para manifestar a Cristo al mundo, o traiciona su misión. La tarea esencial e ineludible de la Iglesia es trabajar para llevar a Cristo a todos aquellos que no lo conocen. La llegada de los magos, que no pertenecen al pueblo elegido, nos revela la vocación universal de la fe. Todos los pueblos son llamados a reconocer al Señor para vivir conforme a su mensaje y alcanzar la salvación.

La fiesta de la Epifanía es de origen Oriental y surgió en forma similar a la Navidad de Occidente. Los paganos celebraban en Oriente, sobre todo en Egipto, la fiesta del solsticio invernal el 25 de diciembre y el 6 de enero el aumento de la luz. En este aumento de la luz los cristianos vieron un símbolo evangélico.

Después de 13 días del 25 de diciembre, cuando el aumento de la luz era evidente, celebraban el nacimiento de Jesús, para presentarlo con mayor luz que el dios Sol. La palabra epifanía es de origen griego y quiere decir manifestación, revelación o aparición. Cuando la fiesta oriental llegó a Occidente, por celebrarse ya la fiesta de Navidad, se le dio un significado diferente del original: se solemnizó la revelación de Jesús al mundo pagano, significada en la adoración de los "magos de oriente" que menciona el Evangelio.

Los Magos de Oriente se postran ante Jesús Niño y lo adoran, con sus regalos hablan de lo que ellos encuentran en Él: El oro se le ofrece sólo a los reyes, por lo que reconocen en Jesús al Rey; el incienso se le ofrece sólo a Dios, por lo que revelan que Jesús es Dios; y la mirra es un perfume que reconoce en Jesús Rey, Hijo de Dios, también a un Hombre.

Es una bella historia que merece nuestra reflexión. Además de que es una oportunidad para continuar meditando en el gran Misterio de la Encarnación, y para compartir en familia las bendiciones y gracias que este milagro nos trajo.

La descripción que hace el Evangelio de la llegada de los magos a Jerusalén y luego a Belén, la reacción de Herodes y la actuación de los doctores de la ley, encierra una carga impresionante de enseñanza. Unos hombres extranjeros que siguen el camino indicado por la estrella, para adorar al recién nacido Rey de los judíos.

Los conocedores de las Escrituras en Jerusalén que quedan indiferentes ante aquella luz del cielo, que anuncia el acontecimiento esperado por siglos. La envidia del rey Herodes ante el temor de que surja un rey "mayor" que él.

Ante este relato tan cargado de significado, nos queda reflexionar seriamente: ¿Somos como aquella Jerusalén, "conocedora de las Escrituras", pero incapaz de reconocer y menos de seguir el camino de la Luz de Cristo? O ¿somos como los magos de oriente, en búsqueda siempre de la verdad y dispuestos a ponerse en camino hacia Jesús, Rey y Señor de la historia?

 

 

 

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martedì, 03 gennaio 2006

 

I SEGNI DEI TEMPI 3 GENNAIO 2006 

"Si dice che Aslan stia per arrivare. Forse è già sbarcato sulla nostra spiaggia."

Fu allora che accadde una cosa veramente strana. I quattro ragazzi non avevano la minima idea di chi fosse questo Aslan che doveva arrivare e forse era già arrivato, eppure, sentendone pronunciare il nome, furono presi da una strana sensazione. qualcosa di simile può succedere nei sogni e forse sarà capitato anche a voi. Qualcuno (nel sogno) dice qualcosa che non si capisce bene o non si capisce affatto, ma che sembra pieno di significato: poi il sogno si trasforma in un incubo terribile o in un'avventura meravigliosa, troppo bella per essere spiegata a parole; qualcosa di indimenticabile. E in effetti non si dimentica più e lascia per sempre il desiderio che il sogno si ripeta e torni.

(da "le cronache di Narnia - Il leone, la strega e l'armadio")
    

   

ECCO L'AGNELLO DI DIO, ECCO COLUI CHE TOGLIE IL PECCATO DEL MONDO
 
 
 Gv 1, 29-34

In quel tempo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!
Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele».
Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo.
E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio».


 

IL COMMENTO AL VANGELO

Inizia un anno, e, al di là di propositi e speranze, ci ritroviamo, probabilmente, esattamente come ci siamo lasciati la notte di San Silvestro. Qualche banchetto, le feste in famiglia, e oggi, eccoci qua, gli stessi, peccatori come sempre. Le promesse fatte a noi stessi, la nuova vita che ci siamo augurati solo qualche ora fa, son bastati pochi, pochissimi inconvenienti, qualche problema, e tutto l'armamentario di principio d'anno si è già volatilizzato. Altri di noi forse non si sono neanche posti il problema. Le difficoltà, le sofferenze, le angosce non hanno fatto vacanza neanche in questi giorni. Siamo noi, sulla soglia di questo nuovo anno carichi della stessa zavorra, quella che avremmo voluto buttar giù dalla finestra e non abbiamo potuto. Tutte le religioni caricano questi giorni di significati, cercando di accendere speranze in un futuro migliore. Oroscopi e templi, totem di sogni che s'annidano anche nei nostri cuori. Ed il lavoro che incombe dopo giorni di pausa. La routine che ci ricorda lo scorrere implacabile del tempo, e, sottile, s'insinua la malinconia. Accidia, secondo la tradizione della Chiesa. Così oggi la Parola del Vangelo ci viene incontro come una Buona Notizia, che illumina il fondo dei nostri problemi e ci indica un cammino. "Ecco l'Agnello di Dio!" . Per questo è nato il Signore, perchè tutti noi abbiamo bisogno di un Agnello capace di togliere il peccato del mondo, la superbia che ci avvelena il cuore. Si schiude dinnanzi a noi un nuovo anno, e Gesù ci viene incontro. Giovanni, la Chiesa, ce lo indicano. E' Lui l'unica nostra salvezza. Le parole che abbiamo ascoltato in questi giorni, le liturgie, le feste, gli stessi nostri sogni altro non sono stati che l'acqua del battesimo di Giovanni. Gli angeli sulla capanna di Betlemme ci indicavano un bambino, un agnellino. Piccolo, indifeso, povero. Dio che s'è fatto carne, nella stessa mia, la tua. Perchè lo Spirito Santo si abituasse a rimanere nella carne. La paura della morte che genera la schiavitù ai peccati, sempre gli stessi. La paura che ci lega ai compromessi, agli umori di chi ci è intorno. La paura non è dei figli ma degli schiavi. Ed il Figlio s'è fatto carne perchè, attraverso di Lui lo Spirito Santo potesse dimorare in noi. Lo Spirito che grida dentro ciascuno "Abbà! Papà!". Lo Spirito che scaccia la paura perchè il Signore ha vinto la morte con la stessa nostra carne. Ecco l'Agnello di cui abbiamo bisogno oggi. Ecco chi, solo, può togliere dal nostro cuore la radice velenosa iniettataci dal demonio. Ecco l'agnello che ci fa agnellini. A casa, al lavoro,  a scuola, ovunque. Agnellini, dimore dello Spirito che ci fa liberi. Un anno da agnellini allora, ecco quel che ci aspetta. Sicuramente rifiutati, non compresi, ritenuti pazzi e visionari, inermi di fronte a tanto male. Inutile ingannarci, il mondo ha odiato il Signore, non potrà amare noi, suoi fratelli. Le sue orme, anche quest'anno, portano a Gerusalemme. Al Mistero Pasquale, all'Agnello immolato. Alla perfetta letizia di chi, con Lui, entra ogni giorno in ogni evento e scopre di non morire. Anzi. Con Lui, agnello senza macchia, in ogni macchia di morte, e vincere, per virtù del Suo amore infinito. Perdonati nel sangue dell'Agnello la nostra vita non è più quella di ieri. Mai più nessun oggi sarà uguale a nessun ieri. Ogni istante è Lui a caricarsi delle nostre debolezze, dei nostri peccati. E' Lui che ci precede in questo nuovo anno, e le sue orme sono colme di misericordia. UN anno di misericordia, un anno nuovo e meraviglioso. Con Lui nostro mite e dolcissimo Agnello.

 
IL SANTO DEL GIORNO 
 
 
 
 
 Aborto, Fides: come ogni anno un'Italia distrutta

Paolo Luigi Rodari

(da www.palazzoapostolico.it)

Non parla spesso il presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, e cioè il cardinale Alfonso Lopez Trujillo, ma quando lo fa, non la manda mica a dire. In un dossier dal titolo curioso redatto dall’agenzia vaticana Fides - “Erode: la strage degli innocenti continua” - eccolo disquisire sull’aborto, con accenti per nulla politically correct.
L’aborto, sostiene il prelato, è “qualcosa di tragico, di spaventoso, più di una guerra”. “È come - incalza Trujillo - se ogni anno l’Italia venisse distrutta”. E ancora: “Tale massacro è perpetrato da adulti che credono di avere l’arbitrio sulla vita, irresponsabilmente, una vita che appartiene soltanto a Dio”. Secondo il cardinale oggi non esiste problema più gigantesco del “delitto dell’aborto” “che si vuole presentare come un diritto”, con varie motivazioni. “Prima tra queste - spiega Trujillo - l’idea che l’embrione umano sia soltanto una appendice della madre, che non abbia quindi una vita in sé, una unità, una dinamica, uno sviluppo, un coordinamento, che manchi di un principio vitale, che chiamiamo anima, e che sia soltanto un ammasso informe di cellule. E questo è un pensiero che hanno parecchi”. Mentre invece “l’embrione deve essere trattato come una persona umana. Io faccio parte di coloro che pensano che la Chiesa debba affermare chiaramente che l’embrione è una persona umana fin dal concepimento”.
Un altro problema , importante secondo il cardinale, è la progressiva eliminazione del senso di colpa nelle donne che abortiscono: “In occasione delle mie visite nell’Unione Sovietica - spiega -, i medici mi dicevano: qui è sparito il senso di colpa nelle donne, anche se non totalmente. Per loro abortire è un intervento chirurgico di secondo grado. Ma il problema sta nel fatto che, con l’aiuto della legge, e con il permesso della società si pensa che il ricorso all’aborto sia un diritto della donna e che non danneggi nessuno. È quanto pensavano il governo e il parlamento, con una piccola maggioranza, in Spagna. Ma eliminare una vita umana, voluta da Dio, e negarle il diritto alla vita, denota la più grande inumanità della società”.
Quanto al tema, toccato anche nel recente Sinodo dei vescovi, circa l’impossibilità di accedere all’eucaristia per quei politici che hanno spinto persone a seguire la strada dell’aborto, secondo Trujillo “l’incoerenza è così forte che i primi che devono riflettere sono proprio i politici cristiani, ma anche i non cristiani”.
E poi la contraccezione, che per Tujillo non è la soluzione del problema perché con essa “cresce anche il fenomeno dell’aborto”.
Il dossier dell’agenzia Fides è soltanto alla sua prima puntata. Altre quattro ne usciranno da qui al 21 gennaio. Secondo Fides, infatti, l’aborto presenta cifre sempre più preoccupanti, basti pensare - scrivono nel dossier - che nel mondo è in atto una generalizzata liberalizzazione dell’aborto. Circa il 41% della popolazione mondiale vive infatti in paesi dove la legge autorizza l’ivg alla richiesta della donna, o entro un certo termine o senza restrizioni nel tempo. Il 20% dei Paesi l’autorizzano per motivi sociali.


© Il Velino 29 dicembre 2005

 IL FATTO

 

 
EDITORIALI
 
Nostalgici del Dio minuscolo

Pericoloso secondo l’Unità e Repubblica l’ultimo kolossal della Disney: la metafora delle «Cronache di Narnia» è troppo chiaramente cristologica...

di Antonio Socci

Non poteva sfuggire all' Unità e a Repubblica che lo scandalo di Natale - al cinema - è il pericoloso kolossal: «Le cronache di Narnia». Perché è pericoloso per questa polizia del pensiero? Perché finora la Disney aveva fatto da cassa di risonanza del conformismo «politically correct». I suoi film trasudavano buonismo ecologista e menavano i bimbi sulla via noiosa del «luogocomunismo», l'ideologia dominante.
Poi c'è stato lo shock di «The Passion». Mel Gibson - avendo contro tutta l'industria cinematografica - ha raccontato la cruda e struggente passione di Gesù e ha sbancato, ha travolto ogni record di successo. Così tutti si sono accorti che la figura di Gesù è di gran lunga la più affascinante di tutti i tempi e che i cristiani non sono soltanto bersagli da irridere e da infamare (nei film), ma sono anche un grande pubblico mondiale. Ecco come arrivano «Le cronache di Narnia». Sia chiaro, questo film, tratto dal racconto di Clive Staples Lewis (uno dei grandi convertiti inglesi del Novecento), è innanzitutto una grande e bella storia (il libro è da anni un classico e ha venduto nel mondo anglosassone circa cento milioni di copie).
Ma è facilissimo capire di chi parla la narrazione.
Walter Hooper ha raccontato che una disegnatrice doveva illustrare questi racconti per una casa editrice e un giorno, mentre dipingeva il Leone Aslan, «sanguinante e moribondo, scoppiò a piangere e capì che il motivo per cui si commuoveva era che Aslan, che aveva sacrificato la vita per la salvezza dei suoi piccoli amici, le aveva ricordato Cristo».
Infatti è così. Giustamente Tempi gli ha dedicato una copertina col titolo: «Nasce Cristo il Leone». È una metafora antica perché «il Leone di Giuda» è uno dei titoli di Gesù nell'Apocalisse (5,5): «Uno dei Vegliardi mi disse: non piangere più, (perché) ecco il Leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, ha vinto».
E ha vinto proprio sacrificando se stesso per i suoi amici e per tutti. È questo ricordo di Cristo che commuove nel film. Dopo l'inverno e l'inferno delle ideologie si avvicina il tempo che previde Bernanos: «Verrà un giorno in cui gli uomini non potranno pronunciare il nome di Gesù senza piangere». Dev'essere anche per scongiurare l'arrivo di questa primavera che la gelida artiglieria della cultura dominante ha sparato a zero sul film e su Lewis.
Per prima Natalia Aspesi. Su Repubblica ha evocato Pera, Previti e Ruini. Poi ha insinuato che questo film di «allarmante grazia visiva» è, «come molti deplorano, furbescamente adatto a tempi di superstizione cristiana e invadenza evangelica, per folle integraliste avide di ritorno a valori antichi e minacciosi». Infine si è diffusa in insulsi pettegolezzi da osteria sulla vita sessuale di Lewis bollato come «teocon». Se un moscerino si tuffasse in questo mare di sapienza si romperebbe l'osso del collo.
Ma ieri ci ha colpito soprattutto l'Unità che titolava un'intera pagina: «Narnia, un lancio in nome di dio». Sì, avete letto bene: «dio» con la minuscola, come si faceva in Unione Sovietica ai tempi di Stalin. E dire che nei giorni scorsi il direttore Padellaro aveva fatto di tutto per mostrare che la sua non era più l'Unità del 6 marzo 1953, quella che titolava: «Stalin è morto. Gloria eterna all'uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell'umanità». Martedì - polemizzando con Berlusconi che aveva mostrato proprio quella prima pagina del 1953 - l'Unità era arrivata a titolare: «Quando anche De Gasperi era “complice” di Stalin».
Titolo a dir poco temerario visto che il povero statista trentino più di tutti si batté per vincere lo stalinismo in Italia. Ma l'Unità di Padellaro voleva far credere che nella dichiarazione di De Gasperi sulla morte di Stalin emergesse la stessa «complicità» che traspariva dal titolo dell'Unità. Naturalmente era vero il contrario, De Gasperi disse che quella scomparsa lasciava «un vuoto» (come dargli torto? Anche le morti di Hitler, di Gengis Khan e di Attila lasciarono un gran vuoto e che vuoto... grazie al Cielo). De Gasperi però aveva notato soprattutto che questa morte «deve ammonirci tutti intorno ai limiti della persona umana».
Parole che suonavano assai severe verso un Pci togliattiano che aveva partecipato come nessun altro Pc occidentale al «culto della personalità», evidente anche dal titolo dell'Unità («gloria eterna...»), in sostanza alla divinizzazione del grande Macellaio. Il quale per l'appunto pretendeva che si scrivesse «dio» con la minuscola. A quel tempo significava manifestare disprezzo verso Dio e il cristianesimo. Considerato il massacro che i comunisti hanno fatto di milioni di cristiani dal 1917 era l'insulto del carnefice alla vittima.
Ma oggi, nel 2005, che significa tornare a quella «d» minuscola? «Si può rimpiangere un regime che scriveva dio con la minuscola e Kgb maiuscolo?», si domandò Solzenicyn. Non credo proprio che l'Unità di Padellaro lo rimpianga. Quel titolo sarà solo un tic laicista, un goffo infortunio. Ma qualcosa significa. Per esempio significa che - morto Marx - si continua a non darsi pace perché Dio non è morto. E si smania ansiosamente - sull'Unità, ma non solo - perché «negli Usa, ormai, se vogliono avere successo i film devono avere almeno un sottotesto religiosamente corretto».
In effetti la metafora delle «Cronache di Narnia» è chiaramente cristologica, il Leone che risorge e vince sulla Strega che ha raggelato il mondo è Gesù e il ragazzo a cui egli affida la sovranità - guarda caso - si chiama Peter, Pietro. Ma sarebbe interessante pure chiedersi dove sia quel mondo assiderato dal gelo di cui parla la favola di Lewis. Lui scriveva negli anni della Seconda guerra mondiale ed è abbastanza evidente che la strega bianca che aveva chiuso il mondo nell'inverno senza Natale era il simbolo dei terribili totalitarismi mortiferi. Dove il Leone di Giuda veniva di nuovo martirizzato.
Ma non è anche il nostro tempo un freddo inverno «senza Natale»? La settimana scorsa, a ridosso del 25 dicembre, sulle prime pagine dei quotidiani italiani - a parte Repubblica che ha proposto la solita omelia laicista di Scalfari sul cristianesimo - non si è vista una sola parola sull'evento che stavamo per celebrare. Sulla prima pagina del Corriere - dove una volta scrivevano per Natale don Giussani, Giovanni Testori o Carlo Maria Martini - è apparso un editoriale di Pigi Battista sul Natale di Pannella. E sul Foglio addirittura un disegno con la capanna di Betlemme e la scritta «Amnistia». Titolo: «Marcia di Natale». In sostanza - a dar retta ai quotidiani - il 25 dicembre il mondo si è fermato per celebrare la nascita di Pannella.
Sui giornali il Natale di Gesù, come a Narnia, non c'era.
Ma coloro che saranno andati con i figli a vedere «Le cronache di Narnia», infischiandosene della Aspesi e dell'Unità, si saranno forse commossi come quella illustratrice che disegnava il Leone morente. Ancora una volta torna «fra la gente gente» (come diceva Giussani) la grande nostalgia di Gesù, del gigante che attraversa le pagine dei Vangeli e continua a sedurci come fa da duemila anni. E l'umanità sembra esprimere il suo stupore come la poesia di Calderon de la Barca suggerisce al cuore: «La tua voce ha potuto intenerirmi/ La tua presenza trattenermi/ e il tuo rispetto commuovermi./ Chi sei?/ Tu, solo tu, hai destato/ l'ammirazione dei miei occhi,/ la meraviglia del mio udito./ Ogni volta che ti guardo/ mi provochi nuovo stupore/ e quanto più ti guardo/ più desidero guardarti».

Il Giornale n. 308 del 29-12-2005

 
 
 
Benedetto Joseph, così vicino e lontano da Papa Karol


Omelia di Benedetto XVI per il Te Deum di ringraziamento per il 2005

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 1° gennaio 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da Benedetto XVI nel presiedere il 31 dicembre 2005 i primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e il Te Deum di ringraziamento a conclusione dell’anno civile.


Cari fratelli e sorelle!

Al termine di un anno, che per la Chiesa e per il mondo è stato quanto mai ricco di eventi, memori del comando dell’Apostolo: "camminate… saldi nella fede... abbondando nell'azione di grazie" (Col 2,6-7), ci ritroviamo questa sera insieme per elevare un inno di ringraziamento a Dio, Signore del tempo e della storia. Il mio pensiero va, con profondo e spirituale sentimento, a dodici mesi fa, quando, come questa sera, l’amato Papa Giovanni Paolo II, per l’ultima volta, si è fatto voce del Popolo di Dio per rendere grazie al Signore dei numerosi benefici accordati alla Chiesa e all’umanità. Nella medesima suggestiva cornice della Basilica Vaticana tocca ora a me raccogliere idealmente da ogni angolo della terra il cantico di lode e di ringraziamento che si eleva a Dio, al compiersi del 2005 e alla vigilia del 2006. Sì, è un nostro dovere, oltre che un bisogno del cuore, lodare e ringraziare Colui che, eterno, ci accompagna nel tempo senza mai abbandonarci e sempre veglia sull’umanità con la fedeltà del suo amore misericordioso.

Potremmo ben dire che la Chiesa vive per lodare e ringraziare Dio. E’ essa stessa "azione di grazie", lungo i secoli, testimone fedele di un amore che non muore, di un amore che abbraccia gli uomini di ogni razza e cultura, disseminando in modo fecondo principi di vera vita. Come ricorda il Concilio Vaticano II, "la Chiesa prega e insieme lavora, affinché la totalità del mondo sia trasformata in Popolo di Dio, Corpo del Signore e tempio dello Spirito Santo, e in Cristo capo di tutti sia reso ogni onore e gloria al Creatore e Padre dell’universo" (Lumen gentium, 17). Sostenuta dallo Spirito Santo, essa "prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio" (Sant’Agostino, De Civitate Dei, XVIII, 51,2), traendo forza dall’aiuto del Signore. In questo modo, con pazienza e con amore, supera "le afflizioni e difficoltà tanto interne che esterne", e svela "fedelmente al mondo, anche se sotto l’ombra dei segni, il mistero del Signore, fino al giorno in cui finalmente risplenderà nella pienezza della luce" (Lumen gentium, 8).

La Chiesa vive di Cristo e con Cristo. Egli le offre il suo amore sponsale guidandola lungo i secoli; ed essa, con l’abbondanza dei suoi doni, accompagna il cammino dell’uomo, affinché coloro che accolgono Cristo abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Questa sera mi faccio voce anzitutto della Chiesa di Roma, per innalzare verso il Cielo il comune cantico di lode e di azione di grazie. Essa, la nostra Chiesa di Roma, nei trascorsi dodici mesi è stata visitata da molte altre Chiese e Comunità ecclesiali, per approfondire il dialogo della verità nella carità, che unisce tutti i battezzati, e sperimentare insieme più vivo il desiderio della piena comunione.

Ma anche molti credenti di altre religioni hanno voluto testimoniare la propria stima cordiale e fraterna a questa Chiesa e al suo Vescovo, coscienti che nell'incontro sereno e rispettoso si cela l'anima di un'azione concorde a favore dell'umanità intera. E che dire delle tante persone di buona volontà, che hanno rivolto il proprio sguardo a questa Sede per intessere un dialogo proficuo sui grandi valori concernenti la verità dell'uomo e della vita, da difendere e promuovere? La Chiesa vuol essere accogliente sempre, nella verità e nella carità.

Per quanto riguarda il cammino della Diocesi di Roma, mi piace soffermarmi brevemente sul programma pastorale diocesano, che quest’anno ha fissato la sua attenzione sulla famiglia, scegliendo come tema: "Famiglia e comunità cristiana: formazione della persona e trasmissione della fede". La famiglia è sempre stata al centro dell’attenzione dei miei venerati Predecessori, in particolare di Giovanni Paolo II, che ad essa ha dedicato molteplici interventi. Egli era persuaso, ed in più occasioni lo ha ribadito, che la crisi della famiglia costituisce un grave pregiudizio per la stessa nostra civiltà. Proprio per sottolineare l’importanza nella vita della Chiesa e della società della famiglia fondata sul matrimonio, anch’io ho voluto offrire il mio contributo intervenendo, la sera del 6 giugno scorso, al Convegno diocesano in San Giovanni in Laterano.

Mi rallegro perché il programma della Diocesi sta procedendo positivamente con una capillare azione apostolica, che viene svolta nelle parrocchie, nelle prefetture e nelle varie aggregazioni ecclesiali. Conceda il Signore che il comune sforzo conduca a un autentico rinnovamento delle famiglie cristiane. Colgo qui l’occasione per salutare i rappresentanti della Comunità religiosa e civile di Roma presenti a questa celebrazione di fine anno. Saluto in primo luogo il Cardinale Vicario, i Vescovi Ausiliari, i sacerdoti, i religiosi e i fedeli laici convenuti da varie parrocchie; saluto inoltre il Sindaco della Città e le altre Autorità. Estendo il mio pensiero all’intera comunità romana, della quale il Signore mi ha chiamato ad essere Pastore, e rinnovo a tutti l’espressione della mia vicinanza spirituale.

Illuminati dalla Parola di Dio, abbiamo cantato insieme con fede il "Te Deum". Tanti sono i motivi che rendono la nostra azione di grazie intensa, facendone una corale preghiera. Mentre consideriamo i molteplici eventi che hanno segnato il corso dei mesi in quest’anno che si avvia alla sua conclusione, voglio ricordare in modo speciale coloro che sono in difficoltà: le persone più povere e abbandonate, quanti hanno perso la speranza in un fondato senso della propria esistenza, o sono involontarie vittime di interessi egoistici, senza che a loro sia chiesta adesione o opinione.

Facendo nostre le loro sofferenze, li affidiamo tutti a Dio, che sa volgere ogni cosa al bene; a Lui consegniamo la nostra aspirazione a che ogni persona veda accolta la propria dignità di figlio suo. Al Signore della vita chiediamo di lenire con la sua grazia le pene provocate dal male, e di continuare a dare vigore alla nostra esistenza terrena, donandoci il Pane e il Vino della salvezza, per sostentare il nostro cammino verso la patria del Cielo.

Mentre ci congediamo dall’anno che si conclude e ci avviamo verso il nuovo, la liturgia di questi primi Vespri ci introduce nella festa di Maria, Madre di Dio, Theotókos. A otto giorni dalla nascita di Gesù, celebriamo Colei che "quando venne la pienezza del tempo" (Gal 4,4) fu prescelta da Dio per essere la Madre del Salvatore. Madre è colei che dà la vita, ma che anche aiuta ed insegna a vivere. Maria è Madre, Madre di Gesù al quale ha dato il suo sangue, il suo corpo. Ed è Lei a presentarci il Verbo eterno del Padre, venuto ad abitare in mezzo a noi. Chiediamo a Maria di intercedere per noi. Ci accompagni la sua materna protezione oggi e sempre, perché Cristo ci accolga un giorno nella sua gloria, nell’assemblea dei Santi: Aeterna fac cum sanctis tuis in gloria numerari. Amen!

 


 


Omelia del Papa per la Giornata Mondiale della Pace 2006

Nella Solennità di Maria Santissima Madre di DioCITTA’ DEL VATICANO, domenica, 1° gennaio 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da Benedetto XVI durante la Messa celebrata nella Basilica di San Pietro in Vaticano in occasione della della XXXIX Giornata Mondiale della Pace sul tema: "Nella verità, la pace".

Cari fratelli e sorelle!

Nell’odierna liturgia il nostro sguardo continua ad essere rivolto al grande mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, mentre, con particolare risalto, contempliamo la maternità della Vergine Maria. Nel brano paolino che abbiamo ascoltato (cfr Gal 4,4), l’apostolo accenna in maniera molto discreta a colei per mezzo della quale il Figlio di Dio entra nel mondo: Maria di Nazaret, la Madre di Dio, la Theotòkos. All’inizio di un nuovo anno, siamo come invitati a metterci alla sua scuola, a scuola della fedele discepola del Signore, per imparare da Lei ad accogliere nella fede e nella preghiera la salvezza che Dio vuole effondere su quanti confidano nel suo amore misericordioso.

La salvezza è dono di Dio; nella prima lettura essa ci è stata presentata come benedizione: "Ti benedica il Signore e ti protegga…rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace" (Nm 6,24.26). Si tratta qui della benedizione che i sacerdoti usavano invocare sul popolo al termine delle grandi feste liturgiche, particolarmente nella festa dell’anno nuovo. Siamo in presenza di un testo assai pregnante, scandito dal nome del Signore che viene ripetuto all’inizio di ogni versetto. Un testo che non si limita ad una semplice enunciazione di principio, ma tende a realizzare ciò che afferma. Come è noto, infatti, nel pensiero semitico, la benedizione del Signore produce, per forza propria, benessere e salvezza, così come la maledizione procura disgrazia e rovina. L’efficacia della benedizione si concretizza poi, più specificamente, da parte di Dio nel proteggerci (v. 24), nell’esserci propizio (v. 25) e nel donarci la pace, cioè, in altri termini, nell’offrirci l’abbondanza della felicità.

Facendoci riascoltare questa antica benedizione, all’inizio di un nuovo anno solare, la liturgia è come se volesse incoraggiarci ad invocare a nostra volta la benedizione del Signore sul nuovo anno che muove i primi passi, perché sia per tutti noi un anno di prosperità e di pace. Ed è proprio questo augurio che vorrei rivolgere agli illustri Ambasciatori del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, i quali prendono parte all’odierna celebrazione liturgica. Saluto il Cardinale Angelo Sodano, mio Segretario di Stato. Insieme con lui, saluto il Cardinale Renato Raffaele Martino e tutti i componenti del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Ad essi sono particolarmente riconoscente per l’impegno profuso nel diffondere l’annuale Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, diretto ai cristiani e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Un saluto cordiale anche ai numerosi pueri cantores, che con il loro canto rendono ancor più solenne questa Santa Messa con la quale invochiamo da Dio il dono della pace per il mondo intero.

Scegliendo per il Messaggio dell’odierna Giornata Mondiale della Pace il tema: "Nella verità, la pace", ho voluto esprimere la convinzione che "dove e quando l’uomo si lascia illuminare dallo splendore della verità, intraprende quasi naturalmente il cammino della pace" (n. 3). Come non vedere di ciò un’efficace ed appropriata realizzazione nel brano evangelico appena proclamato, dove abbiamo contemplato la scena dei pastori in cammino verso Betlemme per adorare il Bambino? (cfr Lc 2,16). Non sono forse quei pastori che l’evangelista Luca ci descrive nella loro povertà e nella loro semplicità obbedienti al comando dell’angelo e docili alla volontà di Dio, l’immagine più facilmente accessibile a ciascuno di noi, dell’uomo che si lascia illuminare dalla verità, divenendo così capace di costruire un mondo di pace?

La pace! Questa grande aspirazione del cuore d’ogni uomo e d’ogni donna si edifica giorno dopo giorno con l’apporto di tutti, facendo anche tesoro della mirabile eredità consegnataci dal Concilio Vaticano II con la Costituzione pastorale Gaudium et spes, dove si afferma, tra l’altro, che l’umanità non riuscirà a "costruire un mondo veramente più umano per tutti gli uomini e su tutta la terra, se gli uomini non si volgeranno tutti con animo rinnovato alla verità della pace" (n. 77). Il momento storico nel quale veniva promulgata la Costituzione Gaudium et spes, il 7 dicembre del 1965, non era molto diverso dal nostro; allora, come, purtroppo, anche ai nostri giorni, tensioni di vario genere si profilavano sull’orizzonte mondiale.

Di fronte al permanere di situazioni di ingiustizia e di violenza che continuano ad opprimere diverse zone della terra, davanti a quelle che si presentano come le nuove e più insidiose minacce alla pace - il terrorismo, il nichilismo ed il fondamentalismo fanatico - diventa più che mai necessario operare insieme per la pace! E’ necessario un "sussulto" di coraggio e di fiducia in Dio e nell’uomo per scegliere di percorrere il cammino della pace. E questo da parte di tutti: singoli individui e popoli, Organizzazioni internazionali e potenze mondiali. In particolare, nel Messaggio per l’odierna ricorrenza, ho voluto richiamare l’Organizzazione delle Nazioni Unite a prendere rinnovata coscienza delle sue responsabilità nella promozione dei valori della giustizia, della solidarietà e della pace, in un mondo sempre più segnato dal vasto fenomeno della globalizzazione.

Se la pace è aspirazione di ogni persona di buona volontà, per i discepoli di Cristo essa è mandato permanente che impegna tutti; è missione esigente che li spinge ad annunciare e testimoniare "il Vangelo della Pace", proclamando che il riconoscimento della piena verità di Dio è condizione previa e indispensabile per il consolidamento della verità della pace. Possa questa consapevolezza crescere sempre più, sì che ogni comunità cristiana diventi "fermento" di un’umanità rinnovata nell’amore.

"Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore" (Lc 2,19). Il primo giorno dell’anno è posto sotto il segno di una donna, Maria. L’evangelista Luca la descrive come la Vergine silenziosa, in costante ascolto della parola eterna, che vive nella Parola di Dio. Maria serba nel suo cuore le parole che vengono da Dio e, congiungendole come in un mosaico, impara a comprenderle. Alla sua scuola vogliamo apprendere anche noi a diventare attenti e docili discepoli del Signore. Con il suo aiuto materno, desideriamo impegnarci a lavorare alacremente nel "cantiere" della pace, alla sequela di Cristo, Principe della Pace. Seguendo l’esempio della Vergine Santa, vogliamo lasciarci guidare sempre e solo da Gesù Cristo, che è lo stesso ieri, oggi e sempre! (cfr Eb 13,8).

 


 


Il Bambino di Betlemme, risposta di Dio all'«atrofia spirituale» e al «vuoto del cuore» degli uomini

di Gianteo Bordero - 29 dicembre 2005

Nel suo messaggio natalizio, Benedetto XVI ha parlato di una «atrofia spirituale», di un «vuoto del cuore» che rischia di diventare la cifra dell'esistenza dell'uomo contemporaneo. Ancora una volta, Papa Ratzinger coglie nel segno, scava in profondità tra le pieghe e le piaghe del nostro vivere quotidiano, per dirci che tutte le nostre conquiste, il nostro progresso, le nostre scoperte tecnologiche da sole non bastano a garantire la pienezza di vita, a saziare quella sete di felicità che abita il cuore di ciascuno e che rimane sempre la sorgente nascosta di ogni nostra ricerca, di ogni nostra azione, di ogni nostra scelta.

Tanto più ci si sente provocati dalle parole del Papa se si pensa all'altro grande male spirituale della nostra epoca, che egli ha individuato nei giorni precedenti il Conclave quando ha parlato di «dittatura dell'io e delle sue voglie». Quanto più l'uomo pensa di poter far da solo, di stabilire da sé il suo bene e il suo fine ultimo, ciò che è giusto e buono, tanto più la vita perde di profondità, di sapore, di spessore. Il cuore si rattrappisce e diventa come incapace di accogliere la vita e la realtà come un dono, di desiderare sinceramente la felicità, di attendere sull'uscio dell'esistenza quotidiana la salvezza che in ogni istante può giungere. Benedetto XVI, ancora una volta, ha messo di fronte ai nostri occhi gli squarci di vuoto, i deserti di umanità che si aprono laddove l'uomo perde il senso ultimo della sua vita, rinuncia ad affrontare in tutta la loro portata drammatica le domande del cuore, fa coincidere con le sue azioni e le sue conquiste la sua stessa salvezza.

Ma è proprio per irrigare questi deserti di umanità, per colmare questo «vuoto del cuore», per contestare questa «atrofia spirituale» - ha detto ancora il Papa - che, nel mistero del Natale, Dio si è fatto uomo, è entrato nella storia come uomo, come carne e sangue, come ristoro per le anime in ricerca e in attesa, come sorgente della vera speranza che non muore. L'età moderna ci ha lasciato in eredità l'illusione che la nostra ragione bastasse a se stessa, che non avesse confine lo spazio del suo progresso e della sua vittoria. Ora Benedetto XVI ci dice che è proprio il concepire così la ragione, come misura incontestabile di tutte le cose, come lume infallibile, che può portare nella vita degli uomini un buio ancora più desolante. Perché la vera luce, quella che sola illumina e conforta i cuori e le menti, è quella luce paradossale proveniente dalla grotta di Betlemme. Non è la luce delle grandi costruzioni umane, non è lo splendore abbagliante che il potere degli uomini può produrre, ma è la «povertà di un Bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia».

E' dalla grotta di Betlemme, dunque, che questo Dio che si fa Bambino e chiede all'uomo «aiuto e protezione» viene incontro agli uomini, per essergli amico «sulle strade insidiose della vita», nelle pieghe dell'esistenza, proprio laddove l'incapacità o la resistenza ad affidarsi alla Sua bontà si fanno sentire più forte, dove il dolore sembra essere l'ultima parola, dove le catene dell'incomprensione e dell'egoismo ci fanno sentire prigionieri di noi stessi e del nostro limite. «Accettare questo paradosso, il paradosso del Natale, è scoprire la Verità che ci rende liberi, l'Amore che trasforma l'esistenza». Per questo - ha concluso Papa Ratzinger - «accogliamo la mano che Egli ci tende: è una mano che nulla vuole toglierci, ma solo donare».

E' solo aprendo il cuore a questo Amore disarmato che è possibile all'uomo ritrovare il senso ultimo della vita; è in questo Amore divino che ogni amore umano trova il suo respiro e il cielo in cui dispiegare le ali senza rimanere prigioniero dell'immediatezza e della smania di possedere. E' nella mano tesa di questo Bambino che sta la sorgente ultima di ogni pacifica, ordinata e fraterna convivenza umana, in cui il potere degli uomini trova il suo limite nel potere di Dio. E' nella Luce che proviene dalla grotta di Betlemme che sta la vera luce che illumina le menti, il vero Lume che non si estingue e che rischiara per l'uomo la strada misteriosa dell'Eterno.

 

CHIESA

ASIA/INDIA - Natale con “i più poveri fra i poveri” per le Missionarie della Carità in India, nel ricordo di Madre Teresa. Suor Nirmala annuncia l’apertura di 21 nuovi centri del 2005

NEL 2005 SONO 26 I CADUTI. LA GEOGRAFIA DEI MARTIRI MAPPA DI NUOVO IMPEGNO Andrea Riccardi

 


 

El presbítero con la familia en misión, una nueva forma de evangelizar

(CAMINEO.INFO) - La "Nueva Evangelización" se propone refrescar las raíces de la fe perturbadas y resecas en muchos por mil factores; y tiene presentes ante todo diversas situaciones, especialmente renuentes al mensaje cristiano: zonas enteras de países, tradicionalmente cristianos, donde la fe por el impacto de la secularización ha disminuido en los cinturones de desplazados por la violencia alrededor de las grandes ciudades de Colombia, por la crisis económica de Chile, en Argentina, en Uruguay, en Venezuela, en Brasil… pueblos asolados de África, barrios olvidados de algunas capitales asiáticas o de Londres; ambientes donde la presión de las sectas es fortísima.

Los cerca de 1.500 futuros presbíteros que se preparan en los 63 Seminarios "Redemptoris Mater" serán enviados a todas las naciones, para, en humildad y obediencia, anunciar el Evangelio a aquellos que no lo habían recibido o que se habían alejado de él. Toda una nueva forma de hacer presente que Cristo vive y ama al hombre.
Juan Pablo II ha llamado a la Iglesia a emprender una Nueva Evangelización en las naciones laceradas por el fenómeno de la secularización, por la crisis de la familia, la difusión del aborto, el descenso de los nacimientos, la pérdida de los valores morales, en una carrera desaforada hacia el bienestar; por la crisis que también se refleja en el interior de la Iglesia: crisis de vocaciones y deserciones, compromisos de orden doctrinal y moral, difusión del disentir, tendencia a asimilar el Evangelio con el espíritu del mundo. El Santo Padre proponía entonces realizar una auténtica obra de evangelización regresando al primer modelo apostólico con la aportación de laicos auténticamente misioneros.
Dentro de las formas nuevas que la evangelización puede asumir hay una que causa escándalo en muchos, y en los que la comprenden temor y gratitud: familias enteras, la mayor parte jóvenes con hijos pequeños, con el miedo humano, porque no están locos, con frecuencia son familias numerosas, a petición de Obispos y párrocos, a sorteo porque no hay criterios para escogerlas, marchan lejos de su casa, de sus parientes, de su patria, a evangelizar y a reforzar la Iglesia en unos lugares o a implantarla (o reimplantarla) en otros, acompañadas por un crucifijo, insignia de la misión, que les ha entregado el Santo Padre o el Obispo que les envía.
Estas familias marchan por gratitud, porque han sido salvadas y quieren que los demás participen de la misma salvación. "Dios me ha enviado a este barrio, con tanta gente destruida, para hacerme vivir, a mi que tantas veces he dudado del amor de Dios, la experiencia de Santo Tomás: meter mis manos en las llagas de Cristo que son estos pobres". Así se expresaba un padre de familia en misión en un barrio, donde ni la policía se atrevía a entrar."Algunos párrocos se quedan sorprendidos de que no sepamos la lengua. Esto forma parte de ir como pobre, último entre los últimos".Quieren demostrar con su presencia que la Vida Eterna puede ser gustada ya en esta existencia terrena, en una paz profunda que solo Dios puede dar y que permite superar todas las dificultades que pueden acontecerles, incluida la misma muerte.Ante la llamada a una Nueva Evangelización y ante la forma original de evangelizar a través de grupos de de familias en un lugar concreto, se percibe como insustituible el presbítero evangelizador.  La familia, convertida en una pequeña iglesia doméstica, ejerce un servicio sacerdotal y profético. El presbítero preside esa pequeña comunidad en la comunión de vida, centrada en la Eucaristía; La preside también en la comunión de la misión.A la preparación de estos presbíteros tiende el Seminario "Redemptoris Mater". Combinando itinerancia y seminario se forman para la evangelización en la precariedad, en la pobreza, en la experiencia del compartir, en el gozo ante la fuerza curativa del Evangelio acogido por el hombre.El presbítero que vive la misión de la Nueva Evangelización junto a familias misioneras, no sufre el complejo de una aparente esterilidad, debido a su compromiso celibatario, sino que experimenta de un modo particular su realización maternal y paternal en la custodia espiritual de estas familias, con las que al mismo tiempo se entrega a la generación de nuevos hijos en la fe.Todas las familias han testimoniado que el sostén y el alimento principal han sido los sacramentos: La Eucaristía celebrada semanalmente en familia y la confesión frecuente. Cada familia o grupo de familias se reúne el domingo con el presbítero y el seminarista que le acompaña, se forma un grupo de unos 25 o más personas. Se celebra la Eucaristía, que se convierte en una fiesta grandísima y luego se hace un ágape.El presbítero descubre una forma más dinámica en su ministerio de evangelización de los alejados: siente que forma parte de un cuerpo, compuesto por diversas familias, cada una de ellas insertada en un barrio totalmente secularizado, siente que tiene con él una comunidad evangelizadora y que él como presbítero, es el que sostiene este cuerpo en su misión, alimentándolo y curando sus heridas.

 CARISMI  

Las realidades eclesiales, perseguidas por el ateísmo circundante 
El Camino Neocatecumenal acoge con entusiasmo las disposiciones de la Santa Sede

 


 

Il Cammino Neocatecumenale accoglie con entusiasmo le disposizioni della Santa Sede

Intervista a Giuseppe Gennarini, responsabile del Cammino negli Stati Uniti

NEW YORK, domenica, 1° gennaio 2006 (ZENIT.org).- Il Cammino Neocatecumenale ha accolto con entusiasmo le disposizioni emanate dalla Santa Sede sulla celebrazione della Messa nelle sue comunità.

Le indicazioni sono presentate in una
lettera – che reca la data del 1° dicembre e la firma del Cardinale Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino – indirizzata agli iniziatori e responsabili del Cammino Neocatecumenale, Kiko Argüello, Carmen Hernández e padre Mario Pezzi.

Per comprendere il modo in cui questo documento è stato recepito dal Cammino Neocatecumenale, ZENIT ha intervistato Giuseppe Gennarini, responsabile del Cammino negli Stati Uniti e incaricato per le relazioni con la stampa di questo gruppo ecclesiale.

Che valore ha questa lettera per il Cammino?

Gennarini: E' la prima volta che si accettano alcune variazioni presenti nel modo di celebrare l'Eucaristia nel Cammino come adattamenti leciti per aiutare l'uomo contemporaneo cosicché possa ricevere meglio la grazia comunicata attraverso i sacramenti.

Per quanto ne so, è l'unico caso in cui un gruppo ecclesiale ha ricevuto un permesso espresso in questo senso da parte della Santa Sede.

Finora l’abbiamo fatto con un permesso orale da parte della Congregazione, ma non per iscritto. Infatti, Giovanni Paolo II aveva sempre appoggiato quest’idea, e l'aveva esposta in una sua Lettera Apostolica, “Dies Domini”, dove parlava della possibilità che “in considerazione di particolari esigenze formative e pastorali” si potessero tenere queste celebrazioni della Messa domenicale.

Quali sono le variazioni liturgiche permesse dalla Congregazione al Cammino Neocatecumenale?

Gennarini: La lettera del Cardinal Arinze accetta il principio che le comunità Neocatecumenali tengano delle celebrazioni speciali il sabato sera. Per poter meglio apprezzare l'importanza di questa concessione, dobbiamo tener conto che molti si sono opposti a questa pratica del Cammino considerandola di per sé elitista o divisiva (anche se le liturgie del cammino sono aperte a tutti). Nonostante tutto, questo principio è stato approvato ufficialmente. La richiesta di partecipare una volta al mese a celebrazioni generali della parrocchia si realizza già frequentemente, per esempio nel contesto delle solennità liturgiche come il Natale, l’Epifania, l’Istituzione dell’Eucaristia il Giovedì Santo, le feste patronali, l’Assunzione, Tutti i Santi, l’Immacolata Concezione.

La lettera cita anche l’articolo del Messale Romano sulle ammonizioni, ma lo trasforma da una pratica straordinaria ad una d’uso ordinario.

Anche le “risonanze” prima dell’omelia sono state accettate. E trattandosi di una cosa completamente nuova nella Chiesa, la lettera spiega alcune linee generali.

La lettera permette pure che il segno della pace si faccia prima dell’offertorio. Per capire la portata di questa concessione basta ricordare che solamente alcune settimane prima della data di questa lettera, il Prefetto della Congregazione spiegava a centinaia di Vescovi partecipanti al Sinodo sull’Eucaristia che nessuno era autorizzato a cambiare il momento del segno della pace. Infatti, alcune Conferenze episcopali avevano richiesto questa variazione, ma non era mai stata concessa. Infine, l’attuale modo di distribuire la comunione è permesso per un lungo periodo ad experimentum.

Ciò dimostra che non si tratta di una pratica irriverente, ma completamente legittima come qualsiasi persona che partecipi ad un’Eucaristia delle comunità può constatare. E’ scritto nel contesto dell’approvazione finale degli Statuti, che in questo momento sono approvati pure ad experimentum.

Appena questo periodo ad experimentum terminerà, la Commissione interdicasteriale delle cinque Congregazioni che hanno approvato gli Statuti (il Consiglio dei Laici, della Fede, del Clero, di Catechesi, della Liturgia e dell’Educazione Cattolica) verificherà gli adeguamenti necessari.

Perché è importante celebrare la Messa in piccoli gruppi?

Gennarini: Più del 70% dei membri nel Cammino sono cattolici non-praticanti. Le celebrazioni liturgiche svolte dalle piccole comunità creano un ambiente propizio per accogliere coloro che si sono allontanati. In una società che è sempre più secolarizzata, individualista e anonima, il Cammino offre nella parrocchia un ambiente dove le persone, battezzate o no, possono riscoprire la fede in una comunione vera.

Uno dei problemi della Chiesa oggi è l’anonimità nelle nostre parrocchie. Attraverso quest’esperienza, per esempio, le coppie possono sperimentare il perdono e trasmettere la fede ai propri figli. Uno dei frutti del Cammino è la ricostruzione della famiglia attraverso questa esperienza comunitaria. Da queste famiglie ricostruite stanno nascendo migliaia di vocazioni al presbiterato e alla vita consacrata, tutto questo attraverso la celebrazione eucaristica in piccole comunità di fede. La comunità salva la famiglia e, come afferma l’ “Ecclesia de Eucharistia” non esiste formazione della comunità che non abbia radici nella celebrazione dell’Eucaristia.

Alcune notizie giornalistiche presentano questa lettera della Congregazione per il Culto Divino come una correzione e un rifiuto da parte di Benedetto XVI nei confronti del Cammino…

Gennarini: Niente di più lontano dalla realtà. La nostra relazione con Benedetto XVI, prima d’essere Papa, è sempre stata molto buona. Il previo Cardinale Ratzinger conobbe il Cammino negli anni ‘70 e lo introdusse in Germania, nella sua patria. Come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ci ha sempre aiutato ed ha citato il Cammino in modo veramente positivo nei suoi vari libri.

Benedetto XVI ha ricevuto gli iniziatori del Cammino in novembre ed ha confermato personalmente il suo sostegno al Cammino e la sua gioia per i grandi frutti che sta dando alla Chiesa. Come dimostrazione del suo amore verso i frutti di questo Movimento, il Santo Padre manderà il 12 gennaio duecento nuove famiglie in missione, che andranno nei luoghi più scristianizzati del mondo ad annunciare il Vangelo.

Senza l’intervento del Santo Padre sarebbe stata impossibile l’approvazione di queste variazioni. Ci sentiamo pienamente confermati da Pietro. Chi vuole mettere Benedetto XVI contro Giovanni Paolo II sta alterando la realtà.

In questi giorni stanno uscendo notizie assolutamente prive di fondamento: voglio ricordare che nessun laico delle comunità neocatecumenali ha mai tenuto omelie come sostituto del sacerdote. Un’agenzia internazionale si è contraddetta accusando il Cammino di “pratiche innovative” e parlando allo stesso tempo di “una visione del mondo molto conservativa”.

Secondo la sua opinione, perché il Santo Padre ha approvato queste variazioni?

Gennarini: Benedetto XVI ha confermato la visione di Giovanni Paolo II, concedendo questo permesso per iscritto al Cammino Neocatecumenale, perché è molto cosciente della situazione drammatica della secolarizzazione e della necessità di evangelizzare.

Nell’ultima Giornata Mondiale della Gioventù ha detto ai Vescovi tedeschi: “la maggioranza della popolazione non è battezzata e non ha nessun contatto con la Chiesa e per lo più non conosce in assoluto né Cristo né la Chiesa… ‘Siamo diventati una terra di missione’. … in tutta Europa, come in Francia, in Spagna ed in altri posti, dovremmo riflettere seriamente su come si potrebbe oggi realizzare un’evangelizzazione vera, non solo una nuova evangelizzazione, ma con frequenza un’autentica prima evangelizzazione. …Esiste un nuovo paganesimo e non è sufficiente cercare di mantenere una comunità credente, nonostante questo sia molto importante; la grande domanda viene posta: che cos’è veramente la vita? Penso che tutti insieme dobbiamo cercare di scoprire maniere nuove di portare il Vangelo al mondo attuale, annunciare di nuovo Cristo e stabilire la fede”.

Questo dimostra il grande interesse del Santo Padre nello scoprire maniere e cammini per raggiungere l’uomo contemporaneo. E’ in questo contesto che bisognerebbe capire questi permessi.

Qual è il contesto di questa lettera?

Gennarini: Questa lettera è un passo molto importante nel processo dell’approvazione del Cammino. Nel 1997 Giovanni Paolo II incoraggiò gli iniziatori ad esaminare l’esperienza del Cammino dopo 30 anni e a formalizzarla con l’elaborazione di uno Statuto. In questo contesto, cinque dicasteri Vaticani – il Consiglio per i Laici, la Congregazione per la Dottrina della Fede, la Congregazione per il Clero e la Catechesi, la Congregazione per l’Educazione Cattolica e la Congregazione per la Liturgia – studiarono per anni le varie attività del Cammino offrendo raccomandazioni e fondamentalmente confermando l’esperienza di questo itinerario catechetico.

La prassi del Cammino Neocatecumenale è sempre stata conosciuta e appoggiata dai vari dicasteri vaticani. Già negli anni ‘70, quando dopo il Concilio Vaticano II si stava preparando un nuovo Rituale per l’iniziazione Cristiana per Adulti, l’esperienza, che stava nascendo, del Cammino fu lodata come un’applicazione pratica di quello che la Curia stava cercando di creare. Gli iniziatori hanno sempre mantenuto un dialogo con i Papi, a partire da Paolo VI e soprattutto con Giovanni Paolo II.

Quali sono stati finora i risultati di questo processo?

Gennarini: Il contenuto catechetico del Cammino nel suo itinerario d’iniziazione cristiana fu studiato in dettaglio dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, che al tempo era diretta dal Cardinale Ratzinger, e fu approvato con pochissime modifiche.

Il passo seguente fu l’approvazione di uno Statuto, compito non facile perché il Cammino non é un gruppo laico, né una fraternità sacerdotale, né un’associazione.

La Santa Sede si rese conto di questa complessità, e riconobbe il Cammino non come Movimento o come associazione, ma come un itinerario di formazione cristiana valido per trasmettere la fede in questa società attuale, sia per rinnovare la fede di coloro che sono già battezzati sia per iniziare i pagani ad una fede.

Dopo l’approvazione del metodo e dello Statuto, il passo seguente è stato lo studio degli adattamenti liturgici presenti in questa realtà liturgico-catechetica, che si è conlcuso con questa lettera.


 

Benedicto XVI pide al Camino que cambie aspectos en la celebración de sus misas

Kiko Argüello asegura que la misiva del Vaticano recoge las peticiones que hicieron al Pontífice

José R. Navarro Pareja

Madrid- En una carta dirigida a los iniciadores del Camino Neocatecumenal, Kiko Argüello, Carmen Hernández y el padre Mario Pezzi, la Congregación para el Culto Divino, máxima autoridad litúrgica vaticana, ha pedido que se modifiquen algunas adecuaciones pastorales de esta realidad eclesial, a la vez que ha ratificado el uso de otras, como los «ecos» -intervenciones de testimonio de los fieles presentes en la eucarístía- antes de la homilía, o la celebración del rito de la paz previo al ofertorio. La carta, firmada por el prefecto de la Congregación, el cardenal Francis Arinze, tiene fecha del 1 de diciembre, y supone una continuación de las orientaciones que los iniciadores recibieron de Benedicto XVI en la audiencia privada que mantuvieron con él en noviembre pasado.
   La misiva, de carácter privado, a la que ha podido tener acceso LA RAZÓN, comienza indicando que en la celebración de la misa «aceptará y seguirá todos los libros litúrgicos aprobados por la Iglesia, sin omitir ni añadir nada». Según ha reconocido Kiko Argüello a este diario, el texto de la misiva tiene presente las peticiones que los iniciadores de esta realidad eclesial hicieron al Santo Padre, como «la realización de moniciones antes de las lecturas, la presencias de ecos de la Palabra previos a la homilía, y mantener el rito del paz antes del ofertorio».
   Celebración en las parroquias. Según Argüello, la carta también refleja una de las peticiones de varios obispos, que reclamaban «una mayor presencia en las parroquias de las Comunidades Neocatecumenales». En este sentido, la misiva de la Congregación comienza recordando que tal como indicó Juan Pablo II, «el domingo es el día del Señor» y por ello insta al Camino a «entrar en diálogo con el obispo diocesano con el fin de que se trasluzca, también en el contexto de las celebraciones litúrgicas, el testimonio de inserción en la parroquia de las comunidades del Camino». De esta forma pide que «al menos una vez al mes las comunidades del Camino Neocatecumenal deben participar en la Santa Misa de la comunidad parroquial».
   Según reconoce Kiko Argüello, esta práctica ya es habitual en algunas parroquias, y «en todas ya se celebran conjuntamente las solemnidades, como la Navidad o la Semana Santa». Para el iniciador de esta realidad eclesial, la indicación de la Congregación «supone un reconocimiento explícito de que las comunides pueden seguir celebrando en pequeños grupos el resto de domingos del mes».
   Uno de los aspectos en que incide de manera especial la carta es en la forma en que debe realizarse la homilía, una de las cuestiones más criticadas al Camino Neocatecumenal por la introducción de los denominados «ecos». El Vaticano recuerda que la homilía, «por su importancia y naturaleza, está reservada al sacerdote o al diácono», aunque reconoce la posiblidad de «intervenciones ocasionales de testimonio por parte de los fieles laicos», siempre de acuerdo con la instrucción «Ecclesia de Mysterio». Otro de los aspectos en los que hace hincapié la comunicación de la Congregación es en la conveniencia de que las «eventuales moniciones previas a las lecturas deben ser breves».
   Sobre el modo de recibir la comunión, la congregación da al Camino Neocatecumenal «un tiempo de transición de no más de dos años» para que pasen de la forma que actualmente utilizan -sentados, en torno a una mesa en el centro del templo y repartiendo el pan y el vino entre los fieles-, «al modo normal para toda la Iglesia». También pide que se utilicen las otras plegarias eucarísticas contenidas en el misal, y no sólo una de ellas.
   La carta también permite, «hasta posteriores disposiciones», que en las eucarístías neocatecumenales el rito de la paz se sitúe antes del ofertorio. Esta práctica es habitual también en otros ritos de la Iglesia, como en el ambrosiano, que se utiliza en la diócesis de Milán, o en el antiguo rito mozárabe, empleado en España hasta la introducción del Canon Romano.
LA RAZON

 


 

Lettera della Congregazione per il Culto Divino al Cammino Neocatecumenale

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 1° gennaio 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la lettera che il Cardinale Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha indirizzato agli iniziatori e ai responsabili del Cammino Neocatecumenale.

Dalla Città del Vaticano, 1 dicembre 2005


Egregi Signor Kiko Argüello,
Sig.na Carmen Hernandez
e Rev.do Padre Mario Pezzi,

a seguito dei dialoghi intercorsi con questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti circa la celebrazione della Santissima Eucaristia nelle comunità del Cammino Neocatecumenale, in linea con gli orientamenti emersi nell’incontro con Voi dell’11 novembre c.a., sono a comunicarVi le decisioni del Santo Padre.

Nella celebrazione della Santa Messa, il Cammino Neocatecumenale accetterà e seguirà i libri liturgici approvati dalla Chiesa, senza omettere né aggiungere nulla. Inoltre, circa alcuni elementi si sottolineano le indicazioni e precisazioni che seguono:

1. La Domenica è il “Dies Domini”, come ha voluto illustrare il Servo di Dio, il Papa Giovanni Paolo II, nella Lettera Apostolica sul Giorno del Signore. Perciò il Cammino Neocatecumenale deve entrare in dialogo con il Vescovo diocesano affinché traspaia anche nel contesto delle celebrazioni liturgiche la testimonianza dell’inserimento nella parrocchia delle comunità del Cammino Neocatecumenale. Almeno una domenica al mese le comunità del Cammino Neocatecumenale devono perciò partecipare alla Santa Messa della comunità parrocchiale.

2. Circa le eventuali monizioni previe alle letture, devono essere brevi. Occorre inoltre attenersi a quanto disposto dall’ “Institutio Generalis Missalis Romani” (nn. 105 e 128) e ai Praenotanda dell’”Ordo Lectionum Missae” (nn. 15, 19, 38, 42).

3. L’omelia, per la sua importanza e natura, è riservata al sacerdote o al diacono (cfr. C.I.C., can. 767 § 1). Quanto ad interventi occasionali di testimonianza da parte dei fedeli laici, valgono gli spazi e i modi indicati nell’Istruzione Interdicasteriale “Ecclesiae de Mysterio”, approvata “in forma specifica” dal Papa Giovanni Paolo II e pubblicata il 15 agosto 1997. In tale documento, all’art. 3, §§ 2 e 3, si legge:

§ 2 - “È lecita la proposta di una breve didascalia per favorire la maggior comprensione della liturgia che viene celebrata e anche, eccezionalmente, qualche eventuale testimonianza sempre adeguata alle norme liturgiche e offerta in occasione di liturgie eucaristiche celebrate in particolari giornate (giornata del seminario o del malato, ecc.) se ritenuta oggettivamente conveniente, come illustrativa dell’omelia regolarmente pronunciata dal sacerdote celebrante. Queste didascalie e testimonianze non devono assumere caratteristiche tali da poter essere confuse con l’omelia”.

§3 - “La possibilità del ‘dialogo’ nell’omelia (cfr. Directorium de Missis cum Pueris, n. 48) può essere, talvolta, prudentemente usata dal ministro celebrante come mezzo espositivo, con il quale non si delega ad altri il dovere della predicazione”.

Si tenga inoltre attentamente conto di quanto esposto nell’Istruzione “Redemptionis Sacramentum”, al n. 74.

4. Sullo scambio della pace, si concede che il Cammino Neocatecumenale possa usufruire dell’indulto già concesso, fino ad ulteriore disposizione.

5. Sul modo di ricevere la Santa Comunione, si dà al Cammino Neocatecumenale un tempo di transizione (non più di due anni) per passare dal modo invalso nelle sue comunità di ricevere la Santa Comunione (seduti, uso di una mensa addobbata posta al centro della chiesa invece dell’altare dedicato in presbiterio) al modo normale per tutta la Chiesa di ricevere la Santa Comunione. Ciò significa che il Cammino Neocatecumenale deve camminare verso il modo previsto nei libri liturgici per la distribuzione del Corpo e del Sangue di Cristo.

6. Il Cammino Neocatecumenale deve utilizzare anche le altre Preghiere eucaristiche contenute nel messale, e non solo la Preghiera eucaristica II.

In breve, il Cammino Neocatecumenale, nella celebrazione della Santa Messa, segua i libri liturgici approvati, avendo tuttavia presente quanto esposto sopra ai numeri 1, 2, 3, 4, 5 e 6.

Riconoscente al Signore per i frutti di bene elargiti alla Chiesa mediante le molteplici attività del Cammino Neocatecumenale, colgo l’occasione per porgere distinti saluti.

+ Francis Card. Arinze
Prefetto
Congregatio de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum

 CULMENS ET FONS  

 VERITATIS SPLENDOR 

All’embrione, uno di noi la palma della notorietà


Morton Smith e la truffa del Vangelo Segreto di Marco. Un libro scuote il mondo accademico americano

Capita di rado che un libro esploda come una bomba e produca sconquassi nel mondo accademico americano, che è di solito riservato, tranquillo e abituato a muoversi con cautela. Ma è quanto sta succedendo con il volume di Stephen C. Carlson The Gospel Hoax. Morton Smith’s Invention of Secret Mark (“La truffa del Vangelo. Morton Smith e l’invenzione del Vangelo Segreto di Marco"), appena pubblicato dalla Baylor University Press di Waco, nel Texas. Stephen C. Carlson è un avvocato specializzato in contraffazioni e documenti falsi, non uno studioso di scienze religiose, ma è l’editore che dà prestigio al volume. La Baylor University, una delle più grandi università degli Stati Uniti, da un originario legame con la Chiesa Battista è passata a un ambizioso piano di rinnovamento che fa sì che oggi la maggioranza dei docenti e degli studenti non siano battisti, ha attirato celebrità internazionali (delle più diverse opinioni religiose e politiche) in diversi settori, e pubblica quell’Interdisciplinary Journal of Research on Religion che molti considerano la più autorevole rivista accademica online nel settore degli studi sulle religioni.
C’è un gruppo di studiosi che ha contestato il Codice da Vinci da una prospettiva opposta a quella di molti cattolici e protestanti. Sono i seguaci di Morton Smith (1911-1991), il famoso e controverso storico della Chiesa, docente alla Columbia University di New York, secondo cui Gesù Cristo era il capo di una conventicola esoterica in cui si entrava con un rituale di iniziazione segreto che comprendeva elementi chiaramente omosessuali. Evidentemente il Gesù eterosessuale, sposato alla Maddalena e con figli di Dan Brown, non poteva piacere agli smithiani. Morton Smith si era conquistato fama e onori accademici annunciando nel 1958 di avere scoperto nella biblioteca del monastero di Mar Saba, in Palestina, inserita in un libro del 1646, la copia scritta a mano da un monaco circa un secolo dopo di un frammento di una lettera asseritamente scritta da San Clemente di Alessandria (?-215) a un certo Teodoro. Nella lettera – oltre a parlare male degli gnostici carpocraziani – si fa stato dell’esistenza di una versione segreta del Vangelo di Marco, e se ne cita in particolare un brano parallelo al noto episodio della resurrezione di Lazzaro. “Il giovane che Gesù amava”, un personaggio che assomiglia a Lazzaro, in questo Vangelo Segreto di Marco non è morto (tanto che “un grande grido si ode dalla sua tomba”) ma solo malato. Gesù lo riaccompagna a casa, e “dopo sei giorni”, come il Maestro gli aveva chiesto, Lazzaro gli si presenta “con un panno di lino sul corpo nudo”. Gesù “rimase con lui quella notte” e “gli insegnò i misteri del Regno di Dio”. Secondo Morton Smith si ha qui la prova di cerimonie iniziatiche in cui i discepoli sperimentano una “esperienza allucinatoria” e ottengono una “libertà dalla Legge (ebraica)” che li porta a una strettissima unione spirituale con Gesù, “completata da un’unione fisica”. Detto in termini meno accademici, Gesù è il capo di una setta esoterica come tante apparse in seguito nella storia e che esistono ancora oggi, che pratica rituali di magia sessuale, nella specie omosessuali.
Per alcuni anni un buon numero di studiosi ha creduto all’esistenza del Vangelo Segreto di Marco sulla base della testimonianza di Morton Smith, delle fotografie da lui scattate della lettera del monaco settecentesco, e delle autentiche di una serie di specialisti greci cui Smith mostrò a suo tempo le fotografie e che certificarono che si trattava in effetti di un testo scritto nel Settecento e su carta dell’epoca. Naturalmente, che il monaco del Settecento avesse copiato fedelmente un testo perduto di san Clemente non si poteva provare direttamente, ma Morton Smith e i suoi seguaci assicuravano che lo stile era così tipicamente di Clemente da rendere la tesi dell’autenticità praticamente certa. E Clemente era abbastanza vicino ai tempi apostolici per dovere sapere di che cosa stava parlando: se affermava che esisteva un Vangelo Segreto di Marco, questo doveva esistere. Dal momento che molte ipotesi di Morton Smith su insegnamenti esoterici di Gesù Cristo, diversi da quelli essoterici a tutti noti, erano piuttosto spericolate, molti storici e teologi si rifiutavano di seguirlo fino in fondo. Ma fino a qualche anno fa i più si limitavano a sostenere che il Vangelo Segreto di Marco citato da Clemente era in realtà un testo gnostico posteriore al Vangelo di Marco che tutti conosciamo, imitato da questo e da collocare nella categoria dei Vangeli apocrifi, dove storie più o meno bizzarre su Gesù sono – come sa chi ha appunto seguito le controversie sul Codice da Vinci – più o meno comuni.
C’era anche, per la verità, chi sosteneva che la lettera di Clemente era falsa e che il fatto che il manoscritto fotografato da Morton Smith fosse andato perduto nel monastero di Mar Saba e non si trovasse più per sottoporlo a ulteriori esami era un po’ troppo comodo. Ma queste voci erano messe a tacere: si rischiava di passare da bigotti, che volevano soffocare la voce scomoda di un professore progressista gettando dubbi indegni sulla integrità di un illustre docente. Il libro di Carlson presenta ora il caso sotto una luce completamente diversa. Afferma che le fotografie sono più che sufficienti. Applicando tecniche di investigazione forense non note negli anni 1950 Carlson dimostra persuasivamente – tanto da avere convinto tutti i recensori specializzati in criminologia – che è possibile provare non solo che il testo è stato prodotto nel XX secolo, non nel XVIII, ma anche che l’autore dello scritto è lo stesso Morton Smith. Le prove calligrafiche, estremamente tecniche, sono di per sé sufficienti. Ma – come molti falsari – Smith non ha resistito alla tentazione di lasciare una firma e ha inserito un’allusione a un metodo di produzione del sale assolutamente ignoto nel XVIII secolo – per non parlare dell’epoca di san Clemente – noto come “metodo Morton”, e altri riferimenti alla parola “Smith”. Inoltre la famosa prova costituita dall’“inconfondibile” stile di Clemente tradisce ancora il falsario, perché esagera. Ci sono stilemi e modi di esprimersi unici utilizzati da Clemente, ma nelle sue opere ricorrono una volta ogni due o tre frasi. Qui in un solo breve testo ce ne sono decine.
Dopo lo scandalo letterario del Codice da Vinci, interamente costruito su documenti noti da vent’anni come falsi (come credo di avere dimostrato nel mio Gli Illuminati e il Priorato di Sion, Piemme, Casale Monferrato 2005), siamo di fronte a uno scandalo accademico che interesserà meno il grande pubblico, ma le cui potenzialità sono assai più esplosive. Come hanno scritto recensori del libro di Carlson che insegnano storia del cristianesimo antico, come Bart D. Ehrman, si crede al Vangelo Segreto di Marco perché ci si vuole credere: non solo perché è “politicamente corretto” ritrovare l’omosessualità fra i primi cristiani, ma perché – quand’anche non fosse valido come prova di iniziazioni omosessuali – dovrebbe provare un punto centrale (ma falso) dell’esegesi biblica più ostinatamente “progressista”: l’instabilità della tradizione apostolica e la coesistenza di tradizioni molto differenti ancora nel secondo secolo se non addirittura nel terzo. Da questo punto di vista, un rispettato professore della Columbia University – un tempio del progressismo politico e religioso – come Morton Smith appare, a posteriori, come la semplice versione accademica di un Dan Brown qualunque.

di Massimo Introvigne
CESNUR -
http://www.cesnur.org/2005/mi_12_smith.htm

 
PER LA FAMIGLIA
 
La familia cristiana es misionera por naturaleza
 
(CAMINEO.INFO) - Ante el inminente envío de más de 200 familias del Camino Neocatecumenal a la misión la próxima semana por el Papa Benedicto XVI reproducimos una carta pastoral del Arzobispo de Medellín, Monseñor Giraldo Jaramillo, acerca de este don que Dios ha otorgado al Camino.

La familia cristiana, tan querida por Juan Pablo II, está realmente salvando la familia en poblaciones destruidas por la pobreza y la miseria humana y espiritual.

Cuando en el mes de junio tuvimos la gracia de encontrarnos con el Santo Padre en Roma nos habló de la familia. Nos dijo textualmente: “Otro campo de la acción pastoral que requiere especial atención es la de la promoción y defensa de la institución familiar…Asistimos a una corriente, muy difundida en algunas partes, que tiende a debilitar su verdadera naturaleza…Es necesario seguir proclamando con firmeza, como un auténtico servicio a la sociedad, la verdad sobre el matrimonio y la familia establecida por Dios. Dejar de hacerlo sería una grave omisión pastoral que induciría a los creyentes al error, así como también a quienes tienen la grave responsabilidad de tomar las decisiones sobre el bien común de la Nación. Esta verdad es válida no solo para los católicos, sino para todos los hombres y mujeres sin distinción, pues el matrimonio y la familia constituyen un bien insustituible de la sociedad, la cual no puede permanecer indiferente ante su degradación o la pérdida de su dignidad.” Discurso del Papa a los obispos colombianos, 17 de junio de 2004, (n 5)

Muy a la mano tenemos dos documentos del Papa Juan Pablo II sobre la familia que nos son siempre de gran utilidad: la Exhortación Apostólica FAMILIARIS CONSORTIO (22 nov. 1981) y su CARTA A LAS FAMILIAS (2 feb. 1994). El año pasado en las dos grandes exhortaciones que nos dio, el Papa habló de la familia en tono de esperanza. Podremos ver ECCLESIA IN EUROPA, cuando habla de “la verdad sobre el matrimonio y la familia” (n 90 a 94) y PASTORES GREGIS: cuando pide al obispo que tenga gran solicitud por las familias procurando aún opciones políticas y económicas apropiadas, para que también en lo material tengan lo que es básico para su bienestar. (n 52) 

Ya en su primera Encíclica el Papa Juan Pablo II nos había dicho que “el hombre es el camino de la Iglesia”. En su CARTA A LAS FAMILIAS habla también de la familia, camino de Iglesia. Es una versión muy humanista de la familia porque, de los muchos caminos que debe recorrer el ser humano en su vida “la familia es el primero y más importante…En efecto, él viene al mundo en el seno de la familia, por lo cual debe decirse que debe a ella el hecho mismo de existir como hombre.” (CARTA 2). 
 

La CARTA del Papa tiene dos grandes partes que bien se pueden resumir en dos grandes consideraciones. La Primera son 12 principios para que desde la familia salvemos la sociedad. La Segunda son 6 principios para que, con Cristo, salvemos la familia. 

Como Iglesia Archidiocesana queremos recorrer el camino de la familia y, por medio de familias renovadas, llegar a la renovación de la comunidad Diocesana y de la sociedad en la que vivimos. Al fin y al cabo, ¿qué es la Diócesis sino una gran familia? Llegar con el Evangelio, anunciar a Jesucristo para que realmente entre Él mismo a cada familia, es un camino de renovación seguro para que podamos tener un futuro de reconciliación, de perdón y de paz. Cuando una familia ha sido “tocada” por la acción del Espíritu Santo, se va renovando y va haciéndose “evangelizada y evangelizadora”, tenemos el comienzo de una nueva sociedad y de una Iglesia renovada. 
 

La Iglesia empezó a crecer cuando los apóstoles, fortalecidos por el Espíritu Santo, empezaron a proclamar “Cristo ha resucitado y nosotros somos testigos”; el encuentro con el resucitado había transformado sus vidas y, ellos a su vez, lograron que el mismo Espíritu fuera aceptado por muchos. Las vidas de las personas se renovaron, se convirtieron en discípulos e iniciaron, ellos mismos, una intensa actividad misionera. En los comienzos del nuevo milenio sigue siendo válido este camino. 
 

Los frutos de la familia misionera se ven muy pronto: hay hijos, hay vocaciones; la familia es escuela de oración, de perdón, de justicia, de paz. En el mensaje para la Jornada de paz de 1994, el Papa insistió en la familia como principio de la paz para toda la familia humana y dijo estas palabras que vienen muy al caso: “La familia, como comunidad educadora fundamental e insustituible, es el vehículo privilegiado para la transmisión de aquellos valores religiosos y culturales que ayudan a la persona a adquirir la propia identidad.

Fundada en el amor y abierta al don de la vida, la familia lleva consigo el porvenir mismo de la sociedad; su papel especialísimo es el de contribuir eficazmente a un futuro de paz. Esto lo podrá conseguir la familia, n primer lugar, mediante el recíproco amor de los cónyuges, llamados a una comunión de vida total y plena por el significado natural del matrimonio y más aún, si son cristianos, por su elevación a sacramento; lo podrá conseguir además, mediante el adecuado cumplimiento de la tarea educativa, que obliga a los padres a formar a los hijos en el respeto de la dignidad de cada persona y en los valores de la paz. Tales valores, más que enseñados han de ser testimoniados en un ambiente familiar en el que se viva aquel amor oblativo que es capaz de acoger al otro en su diversidad, sintiendo como propias las necesidades y exigencias, y haciéndolo partícipe de los propios bienes.

Las virtudes domésticas, basadas en el respeto profundo de la vida y de la dignidad del ser humano, y concretadas en la comprensión la paciencia, el mutuo estímulo y el perdón recíproco, dan a la comunidad familiar la posibilidad de vivir la primera y fundamental experiencia de paz. Fuera de este contexto de relaciones de afecto y solidaridad recíproca y activa, el ser humano permanece para si mismo un ser incomprensible, su vida está privada de sentido si no se le releva el amor, si no se encuentra con el amor, si no lo experimenta y loa hace propio (Redemptor hominis, 10).

Tal amor, por lo demás, no es una emoción pasajera sino una fuerza mortal intensa y duradera que busca el bien del otro, incluso a costa del propio sacrificio. Además, el verdadero amor va acompañado siempre de justicia, tan necesaria para la paz. El amor se proyecta hacia quienes se encuentran en dificultad: los que no tienen familia, los niños privados de protección y afecto, las personas solas y marginadas… La familia que vive este amor, aunque sea de modo imperfecto, al abrirse generosamente al resto de la sociedad, se convierte en el agente primario de una futuro de paz. Una civilización de paz no es posible si falta el amor” JUAN PABLO II, De la familia nace la paz para la familia humana, Mensaje para la Jornada de la paz del 1 de enero de 1994, n 2 

La familia cristiana, por su mismo ser, es misionera, con una nota que hoy resulta indispensable en nuestro medio: esa familia es portadora de paz. 
 

Desde estas líneas saludamos con particular cariño a todas “las familias en misión” que de alguna manera tienen una vinculación con el Camino Neocatecumenal en Colombia. Les ofrecemos el apoyo de nuestra oración y nuestra disponibilidad de colaboración para que sean portadoras del Evangelio de la reconciliación y la paz en Jesucristo.


Monseñor Alberto Giraldo Jaramillo
Arzobispo de Medellín, Colombia
 
 
QUALSIASI VENTO DI DOTTRINA
 
 
LA SAPIENZA DEL MONDO
 
 

 
INCHIESTA
DIECI MILIONI DI ITALIANI VITTIME DELL’ASTROLOGIA


UN POPOLO DI CREDULONI

Maghi, riviste, libri e segni zodiacali che popolano perfino la Rai: un mercato che vale 5 miliardi di euro. I consigli degli esperti per sottrarsi alla schiavitù dell’oroscopo.

Dimmi che segno hai e ti dirò chi sei. Non c’è conversazione che non tiri in ballo l’oroscopo, soprattutto in questi giorni di passaggio da un anno all’altro. E così ben 10 milioni di italiani creduloni affidano alle stelle il loro futuro, anzi a circa 22.000 astrologi e maghi che attirano 25.000 "vittime" ogni giorno. Una moltitudine di donne (56 per cento), di uomini (40 per cento) e perfino bambini e ragazzini (4 per cento) che sperano di risolvere "magicamente" i loro problemi, molto spesso con effetti drammatici su tante famiglie (3 milioni in tutto) per i grossi debiti contratti per pagare costosi "consulti". Soldi che alimentano un gigantesco giro d’affari stimato in 5 miliardi di euro, per la maggior parte (98 per cento) "esentasse".

Si tratta ovviamente di stime al ribasso, perché, stando alla Lega consumatori (Acli), solo il 5 per cento delle vittime di questi raggiri sporge denuncia per reati che vanno dalla truffa alla circonvenzione d’incapace, dall’estorsione, anche aggravata, fino all’esercizio abusivo della professione medica e psicologica, per citarne solo alcuni. Senza dimenticare che basta fare un giro in libreria e cercare nel reparto "astrologia" o "esoterismo" per verificare che il mercato tira bene: sono infatti ben 40 gli editori che si occupano esclusivamente o prevalentemente di astrologia e che inondano gli scaffali con un migliaio di titoli (dei quali oltre 30 usciti solo nell’ultimo anno). Cui si aggiungono 15 riviste specializzate, ben infarcite di pubblicità che reclamizzano ogni sorta di indovini e maghi, per non parlare dei tanti oroscopi diffusi quasi in tutta la stampa e perfino nella Tv di Stato.

Una pura invenzione

Ma com’è possibile che l’astrologia possa avere una presa di massa? E quali basi scientifiche ha? Sgombriamo subito il campo dalla pretesa scientificità (vedi intervista al fisico Antonino Zichichi). Alla voce "astrologia" e "zodiaco" dell’Enciclopedia dell’Astronomia e della Cosmologia della Garzanti si legge: «L’interpretazione dell’oroscopo per dedurre il destino dell’individuo è un’operazione totalmente arbitraria», e che «chiunque abbia un po’ di confidenza con l’astronomia (che, invece, è la scienza che studia i corpi celesti) non può avere alcun dubbio sul fatto che l’astrologia è un’assurdità». Anche la legge (articolo 121 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) nega il diritto di cittadinanza ai maghi, codificandoli, in termini perentori ma chiarissimi, come "ciarlatani" e vietandone il mestiere.

E allora perché continuano ad agire indisturbati, proponendo i loro "servigi" pubblicizzati addirittura sulle Pagine Gialle alla voce "astrologia", o sul servizio Televideo della Rai, su Mediavideo di Mediaset e in una miriade di Tv locali e nazionali (anche se una recente sentenza del Tar del Lazio vieta, finalmente, le trasmissioni di astrologia, cartomanzia e pronostici tra le 23 e le 7)?

Un telefono per difendersi

Lo denuncia senza soste, ormai da anni, Giovanni Panunzio, storico fondatore di Telefono Antiplagio (telefono 338/83.85.999; sito: www.antiplagio. org): «Nonostante svariate volte la Polizia amministrativa sia intervenuta per sanzionare i maghi e disporre la chiusura dell’attività, i ciarlatani continuano a operare, perché sono leggi che non fanno paura. Occorrerebbero norme più severe in ambito penale. Ritengo sia grave anche il fatto che il servizio pubblico Rai dia spazio e dignità agli astrologi, inserendoli addirittura in pianta stabile all’interno di trasmissioni televisive, redazioni e giornali radio, e retribuendoli. Un insulto per chi paga il canone e le tasse. Ci appelliamo alla Rai affinché sia garantita almeno la par condicio», aggiunge Panunzio: «ogni volta che interviene un astrologo, sia data la parola anche a un astronomo o a uno scienziato. Se non lo fa il servizio pubblico, chi lo fa?».

L’oroscopo», prosegue Panunzio, «è utilizzato non solo dagli astrologi ma anche dai maghi, che lo usano per acquisire notizie sul patrimonio della vittima. Poi passano alla loro "specialità": pendolino, carte, sedute spiritiche e così via». L’astrologia quindi è un fenomeno sociale che oscilla tra costume e criminalità. Ma la preoccupazione riguarda, ovviamente, anche il piano religioso.

Padre Francesco Bamonte, sacerdote dei Servi del Cuore Immacolato di Maria ed esorcista a Roma, afferma che l’astrologia, priva di qualsiasi fondamento scientifico, presume di descrivere le predisposizioni alle malattie di una persona o la sua psicologia o addirittura di predire un futuro già scritto nelle stelle. «È assolutamente falso credere che gli unici responsabili del bene e del male – sia quello fisico, sia quello morale – sarebbero stelle e pianeti», dice padre Bamonte.

Dieci milioni di clienti

Chiediamo se tra quei 10 milioni di creduloni ci sono anche dei credenti. «Un cristiano non può accettare l’idea che il proprio futuro sia inscritto in anticipo nelle stelle, perché ciò porterebbe a negare all’uomo libertà e responsabilità. L’uomo è un essere libero. Noi orientiamo il nostro avvenire su questa terra e la vita dopo l’esistenza terrena, con gli atti, le scelte, le decisioni e gli impegni quotidiani. La vita umana non è soggetta inesorabilmente a una fatalità cieca e senza speranza: Dio ci ha creati liberi, anche se pesano su di noi numerosi condizionamenti».

Conoscere il futuro non è solo un desiderio degli adulti. In tempi di incertezze anche economiche, con scarse e malpagate possibilità di impiego, i giovani che tipo di atteggiamento hanno verso l’oroscopo? Carlo Climati, giornalista, da anni impegnato a confrontarsi anche personalmente con i ragazzi in dibattiti e conferenze e autore di alcuni libri che trattano in modo agile, ma approfondito i rischi che essi corrono con il mondo dell’occulto, risponde: «L’oroscopo, i segni zodiacali, la voglia di conoscere il futuro sono tra gli elementi più presenti tra i ragazzi. C’è chi crede profondamente nell’astrologia, chi non prende l’oroscopo troppo sul serio, ma comunque lo segue su giornali e riviste e chi utilizza i segni zodiacali come argomento per socializzare o per fare bella figura. Ho conosciuto, ad esempio», racconta Climati, «un ragazzo molto timido che aveva l’abitudine di portare con sé, alle feste, le tavole per calcolare l’ascendente. Utilizzava questo sistema per fare nuove amicizie». Esistono forme di oroscopo particolari per i giovani? «Il problema dell’oroscopo è che, purtroppo, può rappresentare una specie di "ponte" verso altre passioni o abitudini esoteriche e superstiziose, come talismani o amuleti».

«A volte, in certe riviste per adolescenti, l’oroscopo diventa l’occasione per spingere i ragazzi a praticare piccoli riti magici. Si tratta di riti innocui, ma che rischiano di contribuire a creare una mentalità superstiziosa, spingendo a credere nel potere di oggetti. Sono discutibili, secondo me, anche certi oroscopi legati all’amore, in cui si pretende di dire con quale segno si andrebbe d’accordo. Comportamenti che rischiano di condizionare i rapporti umani».

In discoteca si usa l’oroscopo? «Sì, occasionalmente. Negli ultimi anni si è diffusa la presenza dell’astrologo e del cartomante nelle discoteche, soprattutto quando vengono organizzate feste ispirate a temi esoterici, nel periodo di Halloween. Tra un ballo e l’altro, i giovani hanno la possibilità di farsi fare l’oroscopo, di interrogare le carte o di farsi leggere la mano».

Da chi ereditano, i giovani, la voglia di "leggere il futuro"? «Un tempo l’educazione era il frutto di pochi maestri», aggiunge Climati: «I genitori, la scuola e gli educatori religiosi. Oggi i ragazzi sono "educati", anche, dalla Tv, da Internet, dalle canzoni, da certe riviste per adolescenti. Quando si è soli, poi, è molto più facile essere strumentalizzati e indottrinati». Avviene, a una certa età, il distacco da questa forma di divinazione-superstizione? «Dipende. Alcuni ragazzi compiono un percorso di maturazione o di fede cristiana, e allora si allontanano. Altri, purtroppo, passano dall’astrologia a esperienze successive nel mondo dell’esoterismo». Perché tanti ragazzi oltre che all’oroscopo ricorrono alla magia e all’occultismo? «Alla base ci sono sicuramente paure, incertezze, timori per il futuro, alimentati dalla noncultura dell’apparenza e dell’immagine. Il mondo, dominato dai più belli e dai più forti, appare difficile da affrontare. Tanti ragazzi tendono a chiudersi nel proprio guscio, magari affidandosi all’oroscopo, alla lettura delle carte, agli amuleti e ai talismani per cercare un aiuto nell’affrontare la vita. Certi meccanismi sono profondamente diseducativi perché rappresentano il trionfo della non cultura, del non impegno e del "voglio tutto e subito, senza sforzarmi"».

Un appello ai "pastori"

Come difendersi da certi rischi? «È necessario innanzitutto promuovere una cultura dell’impegno, che valorizzi i piccoli sforzi della vita quotidiana per raggiungere un particolare obiettivo: ad esempio, lo sforzo che si fa per studiare e superare un esame o per conquistare una ragazza. Inoltre, è opportuno promuovere una sana cultura del limite, educare a capire che nella vita non si può avere tutto e far accettare ai ragazzi i propri limiti. Insomma, occorre ascoltare i giovani, aiutandoli a capire che astrologia e magia non sono una soluzione per i propri problemi».

Ne è convinto, infine, anche don Alfonso d’Errico, rettore della Basilica di San Tammaro vescovo di Grumo Nevano (Napoli), che di esperienza in materia ne ha tanta, visto che di gente disperata che si rivolge all’astrologo ne incontra molta. E lancia un appello a tutti gli operatori pastorali: «I giovani, le persone sono soli, sempre più soli. Occorre dedicare più tempo all’ascolto personale, bisogna far crescere in loro Gesù Cristo, perché di lui solo, anche solo inconsapevolmente, hanno sete».

Stefano Stimamiglio  FAMIGLIA CRISTIANA N. 1 2006
 

 

SOCIETA'

Abbasso Zapatero, meglio Togliatti
 
di Vittorio Messori

Tratto da Il Corriere della Sera
 del 31 dicembre 2005

Una notizia su una delle più diffuse agenzie cattoliche spagnole: Zapatero presenterà una legge per tassare la celebrazione delle messe e lo svolgimento delle processioni. Un decreto, spiegava l’agenzia, che classificava questi riti come “spettacoli pubblici“ e, dunque, sottoposti a tributo. L’imposta, si aggiungeva, era volta anche a indennizzare lo Stato delle somme versate alla Chiesa da un Concordato che Zapatero si propone di abolire.

Ieri l’agenzia ha rivelato che la notizia era infondata: un ballon d’essai, per saggiare le reazioni. Le quali sono state immediate: proteste da parte cattolica, compiacimento da parte socialista e comunista. E’ allarmante, si commentava, che un simile proposito fosse giudicato come del tutto verosimile. Si inquadrava senza fatica un simile provvedimento in una strategia “zapatera“ dove è difficile scorgere dove finisca l’anticlericalismo e inizi una sorta di “cristofobia“. Dietro quel sorriso da Bambi, come lo chiamano, sta un’ostilità antireligiosa che suscita allarme anche in non credenti. C’è una Spagna (12 milioni di praticanti) che resiste con energia alla secolarizzazione, che è sfilata di recente per avvertire che i cattolici ci sono e vigilano, che manifesta un’ostilità radicale verso questo governo. La storia iberica è inquietante: las dos Espanas, la cristiana e l’anticristiana, si sono spesso affrontate con le armi in pugno. La politica alla Zapatero sta insidiando una pace religiosa che, da noi, Togliatti definì “il bene più grande“, facendo inserire il Concordato nella Costituzione italiana. Non si tratta solo di affari spagnoli: quella che molti vescovi cominciano a definire “una ossessione persecutoria“ può risvegliare fantasmi pericolosi di cui l’Europa non ha certo bisogno.

 

SCIENZA

L'UMILE DI NAZARET

ante, in, post

La Chiesa fa iniziare l’anno nel segno di Maria, “Madre di Dio”. A far difficoltà e a generare incomprensioni, persino fra i cattolici, è soprattutto l’idea della verginità perpetua della Madre di Gesù, che da molti viene vista come effetto di una certa non so qual “sessuofobia”. In realtà, almeno per i primissimi cristiani che delle vicende di Gesù e Maria han fatto memoria, l’accusa non ha alcun senso: non v’è traccia di sessuofobia nella predicazione di Gesù, tantomeno nei vangeli canonici (mentre ricorre abbondantemente nel più tardo vangelo copto di Tommaso, con la sua visione gnostica). Un discorso diverso va fatto per Paolo, che al capitolo settimo della sua prima lettera ai Corinzi esplicita un suo personalissimo desiderio, ch’è anche in qualche modo un consiglio. Dopo aver fatto richiesta agli sposi cristiani, col realismo che gli era consueto, di non «privarsi l’uno l’altro, se non di comune accordo, temporaneamente, per attendere alla preghiera; poi tornate insieme, perché satana non vi tenti per la vostra incontinenza», l’apostolo scrive infatti: «Vorrei che tutti fossero come me [cioè non coniugati]; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo chi in un altro. Ai non sposati e alle vedove dico che è cosa buona per loro rimanere come sono io; ma se non sanno contenersi, si sposino: è meglio sposarsi che ardere!». Paolo, che qui sembra echeggiare la parola di Gesù sugli “eunuchi per il Regno dei cieli” (Mt 19,12), pospone qualunque incombenza umana alla fedeltà al Regno di Dio, alla sequela di Cristo, ma lo fa in termini che risultano assolutamente equilibrati, senz’alcun eccesso ascetico: «ciascuno – egli afferma più avanti – rimanga nella condizione nella quale è stato chiamato». Siamo agli inizi della Chiesa: chi non è sposato, si adoperi con tutte le proprie forze a seguire Gesù, se vi riesce; chi ha già messo famiglia, viva il tempo presente in modo conforme alla Grazia, al suo statuto di “nuova creatura”. Non c’è ombra di sessuofobia.

Altro discorso vale per i secoli successivi, che ereditarono il disprezzo per i piaceri della carne (molto meno subdoli, peraltro, rispetto alle tentazioni puramente spirituali) dalle varie tradizioni ascetiche del mondo antico, anche in forme non ortodosse, travasando temi e prospettive non sempre compatibili con una visione genuinamente cristiana della realtà. Che non venne comunque soffocata. Celebre è il caso di Agostino, che pur in una prospettiva sostanzialmente platonica, si trovò a difendere la dignità del matrimonio di fronte a Elvidio, il monaco che voleva subordinarlo alla condizione verginale, giudicata più aderente alla “perfezione”. Anche riflessioni non sospettabili di apologia del cristianesimo, come l’ambigua Storia della sessualità di Michel Foucault, hanno d’altronde dimostrato che la sessuofobia è un prodotto dell’epoca moderna, di derivazione puritana più che cattolica, legato allo sviluppo dell’idea di “decoro” nelle “società borghesi”: esattamente come la sessuomania che pare affliggere il nostro tempo, che altrettanto moralisticamente condanna qualunque visione precedente della sessualità, come non “liberata”. L’uomo moderno è più o meno disposto ad ascoltare il dott. Freud, quando indica il naturalissimo legame fra sessualità, generazione e morte, ma rifiuta il discorso se a farlo è un monaco del V secolo, magari con maggior serenità e meno pruriti.

Tornando alla dottrina sulla verginità perpetua di Maria, da un punto di vista storico essa appare avvinta alla formulazione del dogma dell’Incarnazione, del quale costituisce una sorta di corollario: come scrive il Catechismo della Chiesa cattolica, tale concezione indica infatti che «Gesù è stato concepito nel grembo della Vergine per la sola potenza dello Spirito Santo, senza intervento dell’uomo», salvaguardandone in tal modo la doppia natura, divina ed umana, altrimenti riducibile (§§ 495-507). Non è questione secondaria, che riguardi i rapporti fra la giovane Maria e il suo sposo Giuseppe. E comunque, da un punto di vista teologico, si potrebbe obiettare ai molti cristiani che la pongono in dubbio che non è meno “assurdo” credere in un Dio fatto uomo, morto e risorto, rifiutando poi il concorso d’una vergine, financo “perpetuamente” tale. Perché limitare a nostro arbitrio l’azione della Grazia di Dio, per il quale «niente è impossibile» (Lc 1,37)?

Va detto in ogni caso che l’esame dei testi evangelici riserva non poche difficoltà. La prima che vien fatta notare, e per la quale sono spesi ancor oggi fiumi d’inchiostro, è quella relativa alla notizia che i vangeli canonici apparentemente ci offrono in merito ai “fratelli di Gesù”, e al suo essere figlio “naturale” di Giuseppe. Nel vangelo di Luca e in quello di Matteo, dopo un discorso compiuto da Gesù nella sinagoga di Nazaret, la gente stupita comincia ad esempio a domandarsi: «Non è costui il figlio di Giuseppe?» (Lc 4,22), «Non è forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?» (Mt 13,55). Mentre in Marco l’interrogativo suona: «Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria e fratello di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non sono qui tra noi?» (Mc 6,3). Nel vangelo di Giovanni ci imbattiamo in una situazione analoga: la scena si svolge in Galilea, a Cafarnao, e «i Giudei mormoravano di lui (…) e dicevano: “Non è costui Gesù, il figlio di Giuseppe, di cui conosciamo il padre e la madre?”» (Gv  6,41-42). Giovanni, in precedenza, riferisce anche della reazione del discepolo Filippo alla richiesta di Gesù di seguirlo: «Filippo trova Natanaele e gli dice: “Quello di cui hanno scritto Mosè nella legge ed i profeti, noi l’abbiamo trovato: Gesù, figlio di Giuseppe, da Nazaret”. “Da Nazaret – gli disse Natanaele – può mai venire qualcosa di buono?”. Gli dice Filippo: “Vieni e vedi!”» (Gv 1,45-46).

Possiamo tralasciare per il momento la questione dei fratelli e delle sorelle del Signore, sulla quale torneremo. Com’è noto, almeno fino a Gerolamo (IV-V sec.), molti Padri della Chiesa accolsero la notizia riportata dall’apocrifo Protovangelo di Giacomo (9,2), che riferiva di un precedente matrimonio di Giuseppe, permettendo in tal modo di conciliare la verginità di Maria e la presenza di fratelli e sorelle di Gesù. Gerolamo impose in seguito la spiegazione basata sull’ambiguità del termine ebraico e aramaico per “fratelli”, che generalmente indicava anche i parenti prossimi (cugini). Ma quest’ultima soluzione si scontra con ulteriori difficoltà, e abbisogna di approfondimenti: come mai Paolo, che scrive in greco, utilizza pacificamente il termine adelphós (inequivocabilmente “fratello”, non “cugino”) per indicare Giacomo? Un’ipotesi potrebbe essere che “fratello del Signore” fosse un vero e proprio titolo d’onore, utilizzato per designare l’unico fra i Dodici a vantare una vicinanza parentale col Maestro. A sostegno di quest’idea c’è l’incipit della canonica Lettera di Giuda, ove l’autore, che a rigor di logica sarebbe dovuto essere anche lui un “fratello del Signore”, si autodesigna invece come «servo di Gesù Cristo e fratello di Giacomo». L’intera questione è stata affrontata, con profondo equilibrio, da John P. Meier, nel primo volume del suo monumentale lavoro su Gesù, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, ove si passano in rassegna tutte le ipotesi formulate finora (pur non approdando ad una tesi univoca; per ulteriori spunti di riflessione, con un pizzico di apologetica, vedere
qui, qui e qui).

Da parte nostra, riteniamo decisivo cercare di capire quello che pensavano gli evangelisti stessi, al di là di ciò che noi vogliamo leggere in essi. In tutti i brani sopra citati, appare evidente ch’essi riferiscono l’opinione della gente di Galilea, non condividendola. Lo si evince dalla genealogia matteana, che usa per tutti gli antenati la formula «Abramo generò… Davide generò…», una sorta di ritornello che si interrompe alla comparsa di Giuseppe: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale nacque Gesù, che è chiamato Cristo» (Mt 1,16): è chiaro che il narratore vuole evitare in tutti i modi di attribuire la generazione di Gesù a Giuseppe. Analogamente Luca, che apre la sua genealogia dicendo che «Gesù incominciava (il suo ministero) all’età di trent’anni circa, e tutti pensavano che fosse figlio di Giuseppe» (Lc 3,23).

Per Giovanni, che d’altra parte nel suo vangelo designa sempre Maria come “madre di Gesù” (cf. Gv 2,1.3.5.12; 19,25), la verginità di Maria parrebbe addirittura coinvolgere non soltanto il concepimento (virginitas ante partum), ma anche la generazione (virginitas in partu). Tutto ciò emergerebbe da una variante testuale di un verbo di Gv 1,13 (in un passaggio tra i più complessi del Prologo), che i più antichi manoscritti, sparsi per tutto il Mediterraneo (Africa settentrionale, Roma, Gallia, Egitto, Siria), leggevano al singolare (egennéthē), in luogo del plurale mantenuto anche dalla versione italiana C.E.I.:

[A quanti però l’hanno accolto (il Verbo)

ha dato potere di divenire figli di Dio:

a quelli che credono nel suo nome,]

i quali non da sangui (ex aimàton),

né da volere di carne,

né da volere di uomo (androu),

ma da Dio sono stati generati (egennéthesan)

(Gv 1,12-13).

I primi testimoni del plurale egennéthesan si trovano tutti – secondo la critica testuale – in Egitto, e ciò confermerebbe il contesto anti-gnostico cui pare alludere la variante, un contesto notato da autori come Tertulliano e Ireneo di Lione (II-III sec.), secondo i quali sarebbero stati alcuni gnostici valentiani ad introdurre il plurale, per dar credito alle loro speculazioni sulla nascita divina degli uomini spirituali (ex Deo nati sunt). Secondo lo studioso belga Ignace de la Potterie, che fu tra i massimi esperti del testo giovanneo, «la lezione al singolare ek theou egennéthe non è soltanto la più antica. Essa è anche molto più conforme allo stile e alla teologia di Giovanni. Un parallelo molto significativo si trova in 1Gv 5,18: “chiunque è nato da Dio non pecca più, ma il Generato da Dio (ho gennethèis ek tou theou) lo custodisce…”. Se in Gv 1,13 si trattasse veramente, come spesso si pretende, della rigenerazione spirituale dei cristiani, non si comprenderebbe più il tono polemico della triplice negazione (“non da sangue… né da volere d’uomo”), che si riferisce esplicitamente ad una nascita corporale» (I. de la Potterie, La concezione e la nascita verginale di Gesù secondo il quarto vangelo, in Studi di cristologia giovannea, Genova 1992³, pp. 58-67: p. 62).

Il fatto che qui Giovanni pensasse ad una prima descrizione dell’Incarnazione di Gesù come Verbo (Logos) è confermato da Ireneo di Lione (Adv. Haer. 3,21,5-7), che si appoggia a questi due versetti per ribadire che è solo Maria (senza Giuseppe suo sposo) ad aver cooperato al disegno e alla volontà di Dio. Ma la triplice negazione «non da sangue, né da volere di carne, né da volere d’uomo (maschio)», nasconderebbe un’allusione ancor più delicata e di difficile interpretazione: il testo originale, infatti, non parla di sangue al plurale, ma di sangui. A dispetto di molti commentatori moderni, che spiegano l’insolito plurale facendo appello a teorie fisiologiche del tutto aliene agli antichi (“sangui” indicherebbe il sangue del padre e il sangue della madre), l’espressione «non ex sanguinibus» suscitò perplessità persino ad Agostino, che nel suo splendido commento a Giovanni annotò recisamente: «Sanguina non est latinum» (In Jo. 2,14). La spiegazione, molto probabilmente, si trova nel retroterra giudaico di Giovanni (come per l’idea di Logos): con la parola “sangui”, il quarto evangelista non indicherebbe le perdite mestruali, ma il sangue del parto (che rendeva ugualmente la donna impura), e una prova la si potrebbe reperire accostando il passo ai versetti del Levitico dedicati alle norme rituali cui deve sottoporsi la puerpera, «per essere purificata dal flusso del suo sangue (letteralmente: dalla sorgente dei suoi sangui)» (Lv 12,7; cfr. le norme di purità per la donna durante il ciclo mestruale, affrontate invece nella sezione di Lv 15,19-24). Un plurale che troviamo anche nella Confutazione di tutte le eresie, un’opera del III sec. in passato attribuita ad Ippolito, che stravolge la formula di Gv 1,13 per applicarla all’impurità (morale) dell’eresiarca Simon Mago, storico rivale di Pietro e Paolo negli Atti (anche apocrifi), considerato da molta letteratura cristiana dei primi secoli come il padre di tutte le “eresie gnostiche”: «Egli era un uomo… nato da sangui e dal desiderio carnale, come gli altri» (Ref. 6,9,5).

Se ci atteniamo a queste indicazioni, ne consegue che Giovanni affermerebbe per Cristo una nascita senza effusione di sangue: e questo, in altri termini, lascerebbe supporre ch’egli credesse alla virginitas in partu di Maria: e dunque non soltanto alla concezione, ma anche alla nascita di Gesù in modo verginale.

FONTE: http://piccolozaccheo.splinder.com/

 

CULTURA

 


UN «CERCATORE DI VERITÀ» TRA LE FRONTIERE RISCHIOSE DEL SAPERE

 

Cornelio Fabro vigile vedetta speculativa del XX secolo

In una memoria autobiografica Cornelio Fabro scrive: «Posso e devo dire che il mio incontro con Kierkegaard è stato decisivo, non meno di quello con s. Tommaso, Kant, Hegel, Marx (…) sia per afferrare l’unità sotterranea del pensiero filosofico nelle varie epoche della cultura, sia per cercare dall’interno la radice o le radici del suo polimorfismo, del suo alzarsi e abbassarsi… nei vari secoli». È significativa questa nota che rivela l’interesse per il problema della libertà non disgiunto da quello sull’essere e sulla verità. Alla voce «Kierkegaard», redatta per l’Enciclopedia Filosofica Sansoni, lo stesso Fabro si richiama a sporadiche traduzioni (spesso indirette) delle Opere del pensatore Danese in italiano, prima che prendesse corpo la sua impresa di traduttore di Kierkegaard e di suo esegeta. Ci sollecita il ricordo di Cornelio Fabro (1911-95) nel 150° anniversario della morte del Pensatore danese anche a motivo della recente riedizione di Neotomismo e Suarezismo (1941), che appare come quarto volume delle Opere Complete, EDIVI, 2005, importante per l’approfondimento dell’esegesi tomista. Chi ha conosciuto personalmente padre Fabro può testimoniare del suo impegno di sacerdote stimmatino, di docente universitario, di consultore di vari Dicasteri della Curia Romana, di conferenziere apprezzato. Molti lo stimano per la traduzione degli scritti kierkegaardiani a cui ha dedicato anni di lavoro. Per molti versi Cornelio Fabro può essere considerato pioniere cattolico della «diffidata» cultura moderna e contemporanea. Viene da chiedersi: è stato egli spirito avventuroso, assetato di moderna curiositas, oppure paladino di tradizionalismo ortodosso in seno al cattolicesimo? Il grande tomista di Flumignano si è sempre considerato «cercatore di verità»: Come tale ha frequentato frontiere rischiose del sapere, ben corazzato del metodo scientifico dell’Aquinate al quale non interessavano tanto le opinioni altrui («quid homines senserint») quanto piuttosto il modo stesso di presentarsi della verità alla ragione («quomodo se habet veritas»). Da questa divisa metodica e programmatica scaturisce non poca luce sul fatto di poterlo definire o meno tradizionalista, apologeta, integralista… Ciò che lo qualifica come pensatore metafisico è lo spessore del suo argomentare teoretico a diretto contatto con le fonti di autori classici, nel solco plurisecolare della tradizione cristiana, per venire a capo di ciò che la ragione umana è in grado di scoprire da sé e quanto di verità è apportato dalla Rivelazione biblica. Il resto va considerato aspetto biografico accessorio: l’ardimento meditativo di «solitario», l’interlocutore difficile, il giudice severo della cattiva coscienza e delle approssimazioni dilettantistiche di tanta pubblicistica coeva sia in ambito ecclesiale sia in partibus infidelium. Se si tengono presenti questi aspetti biografici, allora si coglie debitamente l’ampia spettrografia degli approfondimenti su questioni teoretiche, etiche, scientifiche e religiose del padre Fabro organizzata secondo la logica del rendere ragione del Fondamento assoluto, delle deduzioni logiche particolari, dell’indagine fenomenologica sulla realtà esperita, delle capacità umane di intendere, volere e realizzare la libertà personale nella luce della trascendenza divina. Interpretazione, questa, che scaturisce dal magistero di Tommaso d’Aquino e gli consente di cimentarsi, senza complessi di inferiorità, con i nomi eccellenti della modernità: Kant, Hegel, Marx, Comte… Occorre aggiungere che Cornelio Fabro ha saputo raccogliere le sfide antimetafisiche e antiumanistiche della cultura atea e nichilista del Novecento, evidenziandone le contraddizioni, le ipocrisie ideologiche e le funeste incidenze sull’animo giovanile. L’antiumanesimo strutturalista del Novecento ha radici remote che da Cartesio arrivano a Kant. In modo crescente e spericolato si sono avanzati dubbi sull’identità della persona che sarà predicata come «incognita» da Kant e trasposta in valore etico. Col sopraggiungere dell’idealismo ottocentesco si darà risalto al divenire temporale, aprendo alla considerazione di tre schemi di storia: quella naturale (evoluzionistica), quella sacra (teologica) e quella sociale (marxista). Uomo e mondo vengono abbordati in termini di correlazione e non più di entità sostanziali nella filosofia del Novecento. La relazione consente l’apertura agli altri, la sorpresa dell’evento, la valorizzazione dell’etica della comunicazione e del discorso, non senza un sottofondo di ambiguità. Orbene, a tutte queste «novità» filosofiche padre Fabro ha dato risposta critica vanificandone le pretese immanentistiche, stigmatizzandone relativismo e scetticismo, capovolgendo gli esiti fallimentari della coscienza antropocentrica in coscienza creaturale essenzialmente relazionata a Dio e gerarchicamente attestantesi nel mondo come reciprocità con altre coscienze libere e rapportata alla natura infrarazionale. Il discorso metafisico ed esistenziale del Fabro si colloca, in quanto proposta alternativa di ontologia creazionista, entro la cornice delle grandi voci della cultura filosofica del secolo XX: neoidealismo, positivismo, marxismo ed esistenzialismo ateo, nella decisiva rivendicazione della libertà della persona, del senso religioso dell’esistenza, della vera natura della religione cristiana, della trascendenza di Dio. L’incontro con Kierkegaard lo ha sensibilizzato ai drammi e alle speranze dell’uomo comune per infondergli coraggio e fiducia nei giorni di fatica e di sofferenze, dischiudendogli il senso fondamentale dell’esistenza, protesa alla felicità e alla redenzione escatologica di Gesù Cristo. Nel terzo Coro de La Rocca Thomas S. Eliot esibisce metaforicamente l’incapacità del sapere pragmatico a fornire il senso metempirico della vita: «Mille vigili che dirigono il traffico non sanno dirvi né perché venite né dove andate». Tale senso metafisico non è dato cogliere neppure nei messaggi «disumani» di Nietzsche, Heidegger, Sartre… Cornelio Fabro lo ripropone alla luce dell’intensa meditazione kierkegaardiana: pungolo efficace che allerta evangelicamente la coscienza. Il Danese soleva dire: «io ficco il dito sulla piaga» e «costringo – come Socrate – a prendervi cura delle vostre anime». Questo «esercizio di cristianesimo» padre Fabro lo ha proposto magistralmente in termini di rigoroso discorso ontologico e metafisico che può essere trascritto nelle seguenti scansioni esistenziali di Romano Guardini: «essere è un verbo; esistere è un atto; esistere come uomo è un’operazione: Questa operazione racchiude in sé il momento del possesso della potenza, dell’esercizio di essa, della responsabilità di essa». Si tenga presente che il contesto di questa affermazione riguarda il tremendo uso che l’uomo oggi può fare della bomba attomica! (Ansia per l’uomo, I, 282). Nutrire ansia per l’uomo, per la sua verità e per il suo destino temporale ed eterno, è stato il compito di vigilanza e di vedetta speculativa del padre Fabro nel secolo XX, fertile di opinioni, di ardimenti e di empietà. Non per nulla Augusto Del Noce gli riconosceva doti di filosofo autentico e raro, non tanto perché, heideggerianamente, «ha pensato in grande» quanto piuttosto perché ha pensato profondamente, uomo, mondo e Dio in dimensione metafisica e storica, mantenendo distinti i piani della ragione e della fede pur nel postulato del loro reciproco implicarsi. E, si sa, pensare filosoficamente la realtà non è la stessa cosa che spiegarla scientificamente. La società ha bisogno dei «mille vigili che dirigono il traffico», ma ha più bisogno di spiriti pensosi che sappiano rispondere a interrogativi persistenti: da dove veniamo?, dove andiamo?, chi è il saggio e che cosa propone?… «Il filosofo, dice Merleau-Ponty, è colui che si risveglia e parla»; nei termini più radicali di E. Lévinas, il filosofo è colui che vigila nella notte! Con lo sguardo rivolto all’indietro e in avanti Cornelio Fabro ha tracciato la rotta della vita cristiana, allertando contro distrazioni mondane, illusioni, seduzioni e pessimismi e consentendo, di conseguenza, la possibilità di scansare la disperazione nell’impatto con Scilla e l’esaltazione antropocentrica che ribolle tra le spire di Cariddi.

di Paolo Miccoli
L’Osservatore Romano (13 dicembre 2005, p. 3)

***

CORNELIO FABRO L’«ALLIEVO» DI S.TOMMASO

NELLA SUA OPERA LA RISCOPERTA DI UNA FEDE «RADICALE» CHE NON CEDE AL MODERNISMO

Una settimana di belle notizie fabriane. Quasi in coincidenza con l'articolo dell'Osservatore romano che vi abbiamo inviato, è uscito nel quotidiano "Il Giornale" di Milano del 16 dicembre un interesante articolo di Maurizio Schoepflin su Cornelio Fabro e il Progetto Culturale che porta il suo nome. Il nostro ringraziamento al giornalista per la nota e per l'apprezzo che dimostra in confronto di Fabro. Con la scomparsa di Cornelio Padre Fabro, avvenuta dieci anni fa a Roma, il panorama filosofico italiano perse una delle figure di maggior spicco. Se l’emergere di nuove vocazioni per gli studi della metafisica è un evento ancora tutto da verificare, certo è l’inizio della pubblicazione delle Opere complete per i tipi dell’Editrice del Verbo Incarnato e per impulso del Progetto culturale Cornelio Fabro, che ha sede a Segni, in provincia di Roma, ed è diretto da Elvio Celestino Fontana. Il primo scritto fabriano proposto all’attenzione dei ricercatori si intitola La nozione metafisica di partecipazione secondo San Tommaso d'Aquino (pagg. 428, euro 35): si tratta di un testo risalente al 1939, che fin dal titolo indica con chiarezza quale fu il centro attrattivo di tutta la speculazione di Fabro, ovvero la filosofia di San Tommaso. Nell’Aquinate, Fabro vide un pensatore di straordinaria attualità, capace di interloquire fecondamente con la modernità e di svelarne le drammatiche debolezze. E proprio riguardo al rapporto tra cristianesimo e cultura moderna, padre Fabro non esitò a lanciare un accorato appello contro ogni cedimento e ogni compromesso che ai suoi occhi la coscienza cattolica aveva iniziato a manifestare, in particolare attraverso la cosiddetta teologia progressista, che egli giudicò viziata da un eccessivo antropologismo. Fabro riteneva che l’apertura del cattolicesimo al mondo non dovesse comportare un annacquamento delle sue verità, neppure di quelle che apparivano più scomode per la mentalità contemporanea, quale è quella della presenza del male e del peccato: egli non voleva che il Vangelo venisse edulcorato nell’illusione che ciò potesse servire a ricondurre il mondo a Dio,ma piuttosto riteneva che soltanto la radicalità della fede autentica sarebbe stata in grado di riconquistare al cristianesimo la mente e il cuore dell’uomo moderno. Ma non per questo Fabro eluse il confronto con la filosofia moderna e contemporanea: fu il primo traduttore e il maggiore conoscitore italiano del pensiero di Kierkegaard, il filosofo danese della prima metà dell’Ottocento considerato l’anticipatore dell’esistenzialismo. La sua interpretazione dell’opera kierkegaardiana, che egli giudicò meno lontana dal tomismo di quanto si possa ritenere a prima vista, rimane un punto fermo della storiografia filosofica del Novecento. I biografi ci informano che Cornelio Fabro fu un bambino dalla salute estremamente cagionevole, addirittura incapace di parlare fino all’età di cinque anni (affascinante e misteriosa l’analogia con San Tommaso, soprannominato il «bue muto» a motivo della sua forte inclinazione al silenzio!); ma ci fanno anche sapere della sua attività di scrittore (ben cinquantaquattro volumi), e ci dicono dei suoi lunghi anni di insegnamento universitario e degli innumerevoli riconoscimenti tributatigli da prestigiose istituzioni civili e religiose. Sempre i biografi ricordano anche che egli fu un prete che non si sottrasse mai al suo ministero: confessore, predicatore, Fabro considerò la cattedra universitaria il suo pulpito preferito e la ricerca filosofica un vero e proprio cammino ascetico.

di Maurizio Schoepflin
Il Giornale, Venerdì 16 dicembre 2005

PER UNA FEDE ADULTA

"Il Mistero dell'incarnazione nella teologia di Henri de Lubac. Una lettura di Catholicisme" (Jorge Olaechea) [in PDF]

 


 

LE LODI DI DIO ALTISSIMO
TESTIMONIANZA DELLA VITA INTERIORE DI SAN FRANCESCO

 Lodi di Dio Altissimo

Tu sei santo, Signore Iddio,solo che operi meraviglie.
Tu sei forte. Tu sei grande. Tu sei altissimo.
Tu sei Re onnipotente, Tu Padre santo,Re del cielo e della terra.
Tu sei Trino e Uno, Signore Iddio ogni bene.
Tu sei il Bene, tutto il Bene, il Sommo Bene,il Signore Dio, vivo e vero.
Tu sei Carità, Amore. Tu sei Sapienza.
Tu sei Umiltà. Tu sei Pazienza.
Tu sei ogni sufficiente Ricchezza, Tu sei bellezza. Tu sei Mansuetudine.
Tu sei Protettore, Tu Custode e Difensore.
Tu sei Fortezza. Tu Refrigerio.
Tu nostra fede. Tu nostra speranza.
Tu sei la grande dolcezza nostra.
Tu sei la nostra vita eterna.
Grande ed ammirabile Signore, Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.

Mentre il santo era sul monte della Verna, chiuso nella sua cella, un confratello desiderava ardentemente di avere a sua consolazione uno scritto contenente parole del Signore con brevi note scritte di proprio pugno da san Francesco. Infatti era con-vinto che avrebbe potuto superare o almeno sopportare più facil­mente la grave tentazione, non della carne ma dello spirito, da cui si sentiva oppresso.
Pur avendone un vivissimo desiderio, non osava confidarsi col Padre santissimo; ma ciò che non gli disse la creatura, glielo rivelò lo Spirito.
Un giorno Francesco lo chiama: « Portami – gli dice – carta e calamaio perché voglio scrivere le parole e le lodi del Signore, come le ho meditate nel mio cuore ».
Subito gli portò quanto aveva chiesto, ed egli, di sua mano, scrisse le Lodi di Dio e le parole che aveva in animo. Alla fine aggiunse la benedizione del frate e gli disse: «Prenditi questa piccola carta e custodiscila con cura sino al giorno della tua morte».
Immediatamente fu libero da ogni tentazione, e lo scritto, con­servato, ha operato in seguito cose meravigliose (Tommaso da Celano, Vita Seconda, 49).

È uno dei due scritti autografi che possediamo, oggi espo­sto nella basilica inferiore di Assisi. È la chartula che san Francesco dette a frate Leone alla Verna poco prima o poco dopo che il Cristo aveva fatto di lui la sua immagine viva col dono delle stigmate. Dandogli la chartula Francesco volle dargli proprio la cosa più intima di sé, proprio quello che egli aveva di più intimo, la sua preghiera, la testimonianza della sua esperienza. Francesco dona anche a noi oggi questa testimonianza, perché attraverso di essa possiamo essere suoi figli.
Quale rapporto vi è fra il francescanesimo e Francesco, se non vi è un rapporto di generazione spirituale? E in che modo avviene una generazione spirituale se non attraverso la comunicazione di quella che è la dottrina della sapienza nei libri dell'Antico Testamento? Di quella che è la dottrina della sapienza nei libri della tradizione cristiana, come per esem­pio la Regola di san Benedetto? E questa dottrina sapienziale che cos'è sostanzialmente?
Noi lo sappiamo: partendo dai Proverbi, i libri sapien­ziali sono quelli nei quali si esprime questa comunicazione intima della sapienza all'uomo e si opera la trasformazione intima dell'anima mediante la sapienza divina. Non dice for­se il libro della Sapienza che la sapienza entra nell'intimo degli uomini e li fa santi e profeti? È precisamente per la comunicazione di questa vita interiore, per la comunica­zione di questo spirito che Francesco ci dona, che noi pos­siamo anche oggi dirci suoi figli. Egli ci dona il suo spirito attraverso il suo Testamento, attraverso l'Ufficio della Pas­sione (come sarebbe bello meditare l'Ufficio della Passione, così poco meditato, mentre è una delle cose più autentiche di san Francesco!), ma soprattutto attraverso la chartula. Egli ci comunica il suo spirito attraverso questo scritto, breve, ma di importanza unica. La prima ragione di questa importanza è che la chartula è stata data alla Verna, che è stata data al suo figlio prediletto e che è stata data – è Francesco stesso che lo dice – come espressione e testimonianza della sua vita di preghiera.
Nessun scritto è più intimo; tutti gli altri sono più o meno legislativi o esortativi, mentre in questo egli vuole comunicare immediatamente il suo spirito.
Dobbiamo accogliere questa chartula proprio dalle mani di san Francesco. Ma la chartula o quello che la chartula ci vuole dare?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo dire che cos'è questa chartula: sono le lodi di Dio Altissimo, cioè pre­ghiera, testimonianza di vita interiore. Ad una lettura super­ficiale si direbbe che non è altro che una filza di espressioni, nelle quali Francesco esalta e loda Dio per i suoi attributi. Ebbene è proprio questo che importa: una vita religiosa dipende essenzialmente dalla conoscenza che l'anima ha di Dio. Non si tratta di concetti. Troppo spesso i concetti trasformano la nostra vita religiosa in una certa quale idola­tria, perché l'anima aderisce più al concetto mentale che a Dio, il quale è al di là di ogni concetto e di ogni idea, Realtà pura ma trascendente, che non è esprimibile con pa­role. La parola non può essere altro che simbolo, non può essere che una pedana di lancio, perché l'anima si getti poi nell'abisso divino.
La chartula più che darci una teologia, ci dà innanzi tutto la testimonianza di una conoscenza sperimentale di Dio. E la vita spirituale è questo... Che cosa sarà la nostra vita del cielo se non la visione beatifica? E che cos'è la vita del cristiano quaggiù se non la vita di fede? Ma la fede è inizio della visione. Non vi è opposizione radicale fra fede e vi­sione. Opposizione radicale e assoluta c'è fra incredulità e fede, non fra fede e visione. La fede è già inizio di una cono­scenza sperimentale, che sarà poi perfetta e assoluta nel cielo. Dobbiamo notare un fatto molto importante: le espressio­ni proprie della teologia apofatica si trovano soltanto nell'ultimo capitolo della Regola Prima; nella chartula non ci sono. Francesco conosce Dio perché Dio gli si è manifestato in una rivelazione che comporta sempre dei segni. Trascendere tutti i segni è cadere nel vuoto. È, sì, esprimere che Dio non somiglia a cosa alcuna, che Dio è il nulla di tutto ciò che esiste perché nessuna cosa somiglia a Dio; tuttavia in questo trascendere tutto c'è anche il rischio che la nostra conoscenza non sia più la conoscenza del Dio del Vangelo, del Padre di nostro Signore Gesù Cristo.
In san Francesco la conoscenza di Dio – e questo è mera­viglioso! – implica per sé anche la conoscenza di una crea­zione e di una umanità che sono il mezzo scelto da Dio per comunicarsi all'uomo. Dio non si rivela all'uomo se non at­traverso la sacramentalità della creazione e in fine la sacramentalità dell'uomo e della Chiesa. Francesco conosce Dio, ma lo conosce in questa sacramentalità, cosicché la cono­scenza che Francesco ha di Dio non implica un rapporto con Lui che isola l'anima dal creato; essa implica invece per l'anima una comunione piena e totale con tutta la creazione divina, con tutta la vita del mondo, con tutta la vita dell'uomo.
E questo è evangelico. In realtà nel Nuovo Testamento ci sono dei testi che danno ragione ad una teologia apofa­tica; si pensi alla prima lettera a Timoteo e al prologo del quarto Vangelo: «Nessuno ha mai veduto Dio»; però segue subito la correzione: «L'unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, Egli lo ha rivelato». E questo unigenito Figlio san Giovanni ce lo fa conoscere incarnato in una realtà di uomo, realtà più forte e più drammatica di quanto non sia nei Vangeli di Luca e di Matteo. Il più spirituale è quello che, dopo il Vangelo di Marco, ci fa più presente l'uomo Gesù.
Anche il Nuovo Testamento conosce una teologia apofa­tica, non si può negarlo: Dio effettivamente trascende infini­tamente ogni creatura e perciò anche ogni nostro concetto. Ciò è vero, ma è anche vero che possiamo avere una cono­scenza di Dio solo nella misura in cui Egli si rivela a noi attraverso la sacramentalità della creazione, attraverso la sacramentalità della storia e della nazione santa e, infine, attraverso la sacramentalità dell'uomo Gesù e di ogni uomo, perché ogni uomo è in Cristo. È in Cristo ed è Cristo.
San Francesco rimane fedele a questa conoscenza di Dio e questa conoscenza di Dio, lungi dal sottrarre le cose e gli uomini a Francesco, fa sì che Francesco, nel tendere a Dio, non possa separarsi da alcuna creatura. La sua conoscenza di Dio di fatto realizza anche una trasfigurazione del mondo, una salvezza dell'universo. Tutte le cose, come sono uscite dalla mano di Dio, così, attraverso l'anima di Francesco, ritornano a Dio.
Tutto questo non è detto nella chartula che Francesco dà a frate Leone; però nella chartula le perfezioni e gli attri­buti di Dio sono tutti positivi. E la positività di questi attri­buti dice come Francesco abbia una conoscenza di Dio at­traverso la creazione e molto più attraverso l'umanità di Gesù e anche attraverso la sua stessa vita interiore, perché Dio non si manifesta a noi soltanto attraverso una realtà fuori di noi. È proprio nella nostra vita interiore che egli si manifesta. La rivelazione più profonda, quella che Gesù promette dopo la Cena – « E io mi manifesterò a lui » –, è certamente una rivelazione di Dio che ciascuno di noi do­vrebbe avere nel proprio intimo.
Evidentemente questa rivelazione non può non essere conforme alla rivelazione pubblica, ma non cessa per questo di essere una rivelazione, cioè una conoscenza che Dio ci dà di se stesso nell'intimo dell'anima nostra. Non per nulla Dio si è incarnato! Non per nulla Dio ha assunto la natura umana! Ora la natura umana, non solo negli altri, ma anche in ciascuno di noi, è il primo sacramento della Divinità. Non ho bisogno davvero di uscire da me stesso per incontrarmi con Dio. Lo afferma proprio san Francesco nella chartula. Que­sto fa parte dell'insegnamento di san Giovanni della Croce e di santa Teresa di Gesù, ma lo dice anche san Francesco quando negli ultimi attributi della chartula esclama: «Tu sei la nostra speranza, Tu sei la nostra fede... Tu sei la nostra dolcezza. Tu sei la nostra vita eterna». «Nostra... nostra... nostra»: egli vede Dio in sé. Al termine, la conoscenza è il possesso di Dio: tutto si riassume nella esperienza interiore.
Francesco ci ha dato la chartula e noi dobbiamo riceverla da lui per poter entrare nel suo spirito, per poter vivere del suo spirito ed essere così veramente suoi figli.
Si è detto che la vita spirituale è la conoscenza di Dio! E che cos'è la conoscenza di Dio? Come l'atto costitutivo della vita beata è la visione, così l'atto costitutivo della vita cristiana è la fede. Senza la fede non c'è la carità. È vero che tutte le virtù teologali sono inseparabili fra loro, ma è la fede o meglio, la conoscenza di Dio che implica la carità; la conoscenza di Dio non si può avere senza l'amore.
Anche se sul piano teologico ci possono essere delle buo­ne ragioni per affermare il primato della volontà o quello dell'intelligenza, questo insegnamento sul piano della vita spirituale non è giustificato: una persona la si conosce solo in quanto la si ama. Mentre un oggetto si può conoscere indipendentemente da ogni rapporto di amore, una persona si può conoscere solo nella misura in cui ella si vuoi far conoscere e in cui ama. Per conoscere una persona ci vuole l'amore in chi vuoi conoscere e l'amore in colui che si fa conoscere. Questo è vero anche fra persone umane, ma quan­to più quando si tratta di Dio! Quando si tratta di Dio è impossibile una conoscenza di Lui senza una sua rivelazione e la rivelazione implica la gratuità assoluta dell'amore di Dio che si vuol comunicare. D'altra parte Dio, che è puro Spirito, si comunica rivelandosi, e si comunica soltanto in quanto si rivela. Le due cose in Dio non possono essere separate. Si possono distinguere ex parte hominis, ma non ex parte Dei. Dio si rivela nell'atto stesso che si comunica, e si comunica nell'atto stesso che si rivela. La rivelazione di Dio implica sempre un atto di amore. D'altra parte la rivelazione di Dio implica il nostro amore per Lui. Tu puoi chiudere gli occhi, e se chiudi gli occhi non vedi il sole che risplende; così noi possiamo sempre chiudere gli occhi alla rivelazione, possia­mo sempre sottrarci all'atto libero di un Dio che si rivela. Se tu vuoi che Dio si faccia conoscere, bisogna che la tua anima si apra e nell'amore si disponga ad accoglierlo. Senza l'amore tu non sei mai costretto a riconoscerlo.
Dunque la conoscenza suppone l'amore e la conoscenza è la stessa vita religiosa. Basta rileggere il sermone dopo la Cena nel quarto Vangelo. Gesù parla di amore, ma dice che frutto di questo amore è proprio la conoscenza, una cono­scenza in senso biblico, che comporta la trasformazione dell'anima in colui che viene conosciuto.
Questa conoscenza di Dio noi possiamo rilevarla da quello che i santi ci dicono di Dio stesso, di come lo hanno cono­sciuto. Evidentemente dobbiamo andare al di là della pover­tà dei termini che vengono usati, ma non per questo possia­mo trascurare quello che essi ci dicono. Questo vale anche per il Credo e per tutte le formule dogmatiche: sono sim­boli. Non dobbiamo fermarci alle parole, ma non possiamo fare a meno di passare attraverso queste parole. Un teologo che si fermi alla parola non è più un teologo, perché diviene un idolatra di concetti e Dio non è un concetto mentale. Lo stesso simbolo della fede è soltanto una pista di lancio. Dobbiamo raggiungere Dio che è al di là. L'atto di fede non è adesione ad un concetto, ma alla realtà vivente e trascen­dente di Dio.
Questo è vero per quanto riguarda gli scritti dei santi. Anche la chartula che san Francesco dà a frate Leone ci dice con termini, che sembrano estremamente poveri, qual è la conoscenza che egli ha di Dio. Non dobbiamo scandalizzarci né rimanere delusi per la povertà del linguaggio; dobbiamo invece cercare di approfondire il senso delle parole, di capire che cosa esse vogliono significare. Certamente vogliono si­gnificare qualche cosa di intraducibile, qualche cosa che trascende la possibilità di una comunione attraverso dei puri concetti. Noi possiamo cercare di approfondire dilatando, tentando anche attraverso altri testi di capire che cosa voleva dire per Francesco questo «Altissimo» che egli ripete conti­nuamente, che cos'era per lui questo «Tu sei umiltà» – af­fermazione di una bellezza straordinaria –, che cosa signifi­cava per lui «Tu sei pazienza». È tutta una esperienza reli­giosa di una profondità abissale, che noi forse non potremo mai sondare sino in fondo.
Quello che ci nuoce nei confronti di Francesco rispetto ad altri santi è che, mentre, per esempio, di san Giovanni della Croce abbiamo ben quattro trattati e poi delle opere minori, san Francesco ci ha lasciato solo pochi scritti, troppo pochi perché noi possiamo avere una chiave per arrivare a comprendere, per arrivare a sondare la profondità abissale della sua esperienza. Ma non dobbiamo scoraggiarci per que­sto, non dobbiamo per questo rifiutarci di meditare i suoi scritti.
Vogliamo approfondire, per quanto ci è possibile, l'espe­rienza religiosa di Francesco, ma la vogliamo conoscere per farla nostra, per viverla noi stessi: perché noi ci sentiamo suoi figli e non possiamo sentirci suoi figli se non vivremo la sua stessa esperienza, se non faremo nostra quella conoscenza che egli ha avuto di Dio. D'altra parte il fatto che Francesco abbia voluto dare questa chartula a frate Leone vuol significare proprio questo.
Egli ha dato il Testamento ed ha voluto che si leggesse sine glossa; ma il Testamento ha sempre, più o meno, un va­lore giuridico. La chartula no, è una cosa più bella ancora, perché dice un rapporto personale, intimo, di amico ad amico. È una cosa molto più profonda, molto più delicata, una cosa che dice il segreto di una amicizia. Dare a noi, a tutta la Chiesa la non comporta che questa intimità venga violata: san Francesco ce la dona per comunicare a noi il suo medesimo spirito, per farci vivere della sua medesima vita.

© Divo Barsotti

STORIA

Romano Guardini: Discorsi di commemorazione sulla Rosa Bianca

STRUMENTI PASTORALI
 
Preparación de la visita de los Reyes Magos a las parroquias
(CAMINEO.INFO) - Aprovechando que se acerca la fiesta de la Epifanía, y recogiendo la tradición de la Iglesia, se hace una celebración especialmente dedicada a los más pequeños para transmitirles la fe aprovechando la ilusión y la inquietud que genera la espera de esa fecha tan señalada que anhelan desde el comienzo de las navidades.

Un hermano del Camino ha tenido a bien enviarnos un esquema con la pauta de la celebración, así como anexos a cerca de la misma para que podáis transmitir la fe a vuestros hijos.

El anuncio del nacimiento de Jesús el Hijo de Dios en Belén y su acogida en nuestros corazones y en nuestra vida, como miembros de una comunidad cristiana viva, es parte de la obligación de transmitir la fe a nuestros hijos como una gracia especial de Dios. En este sentido se ha constituido en muchas de las comunidades del Camino Neocatecumenal la tradición de realizar una celebración especialmente dedicada a los niños en la cual estos son el centro de la misma, ya que con la ilusión con la que esperan a los Reyes Magos, se aprovecha para introducirles en los misterios de la Anunciación, Nacimiento y Adoración del Hijo de Dios y resto de fiestas del comienzo del año litúrgico, etc. Toma aquí especial importancia el carisma del didáscalo ya que de son los promotores, dinamizadores y coordinadores principales de esta celebración encuadrándola en la parte final de la convivencia-reunión con los niños de las comunidades en el tiempo de Navidad, donando gratuitamente su tiempo para realizar este estimado servicio.

Aprovechamos de una forma eficaz la atención que mantienen los niños por la tensión de estar físicamente ante sus majestades Los Reyes Magos que, como todos sabemos, han podido hacer un inciso en su arduo trabajo de recorrer ciudad tras ciudad, para visitar a todos los niños del mundo, para llevarles regalos y el testimonio de que verdaderamente ha nacido el Hijo de Dios. Pues por esa razón después de los complejos tramites y peticiones que ha hecho nuestro párroco/responsable de la 1ª Comunidad para poder realizar esta visita han podido al fin también visitar nuestra parroquia en la que niños y adultos también vamos a adorar al Hijo de Dios recién nacido al igual que ellos.

Todos sabemos lo importante que es para los Reyes que los niños sean obedientes, no sean avariciosos, no se peleen, sean buenos estudiantes, compartan sus juguetes, etc., como el Niño Jesús les está diciendo a través de la Iglesia, sus presbíteros, catequistas, didáscalos y padres. Por esta razón quieren Sus Majestades recoger personalmente las cartas escritas por los niños o por sus padres y hablar con cada uno de ellos antes de tener que marcharse a visitar a otros niños.

Pedro, 1ª comunidad de San Agustín, Las Palmas de Gran Canaria, España



Preparación de la celebración
del día de los Reyes Magos

El equipo de preparación, con tiempo de antelación suficiente debido a la dificultad existente para juntarse durante unas fechas con tantas fiestas debe fijar el lugar y la fecha para reunirse.

Equipo de preparación de la celebración:

Este equipo se encargará de preparar la celebración, en primer lugar han de analizar de forma crítica y constructiva la celebración del año anterior, considerando que errores se pudieron cometer, que cosas se habrían de evitar y que se puede mejorar para tener una mejor celebración en el año en curso. Han de decidir quien y cómo se hará cada cosa, buscar el lugar, día y hora de la celebración, organizar el orden de la celebración, buscar con antelación suficiente quienes harán el importantísimo servicio de representar papel de Reyes Magos, etc.

Se ha de realizar la preparación con los siguientes asistentes de forma genérica:
1. El párroco.
2. El responsable de la 1ª comunidad de la parroquia.
3. Los maestros de niños-didáscalos de las comunidades.
4. El responsable de salmistas.
5. El responsable de ostiarios.
6. Resto de personas que se estime importante su asistencia.

En todo caso y en cada lugar se ha de adaptar este esquema general a las condiciones concretas de las comunidades en su situación particular en cada parroquia.



Lugar de la celebración:

Es aconsejable si las circunstancias lo permiten, para dar un carácter de seriedad y solemnidad a la celebración realizar la misma en la parroquia o en dependencias de la misma. En todo caso el lugar escogido se ha de preparar, al igual que cualquier otra celebración, con antelación de una forma digna teniendo en cuenta el siguiente esquema general:

" En la presidencia de una manera destacada se colocarán tres tronos preparados suntuosamente para los Reyes Magos. Desde cualquier punto de la sala se ha de tener acceso visual a este sitio.

" A la derecha, como cualquiera de nuestras celebraciones, irá colocado el ambón con una cruz, un hermoso cubre-atril y un centro de flores. También ha de estar destacado pues toda la celebración se dirigirá desde este lugar.

" Teniendo en cuenta la anterior distribución y la forma de la sala, se buscará un sitio también destacado y visible para colocar un pesebre con el Niño Jesús que vendrán a adorar los Reyes Magos.

" El resto de la asamblea se colocará alrededor del escenario anterior, dejando un sitio a la derecha para los salmistas, y dando preferencia en las primeras filas a los niños más pequeños, los cuales son el centro de esta celebración ya que por su edad e inocencia mantienen una mayor atención por la expectación, nerviosismo y tensión que tienen.

" Estimándose con antelación el número aproximado de asistentes el lugar escogido ha de tener capacidad suficiente para la correcta colocación de todos ellos.



Día y Hora para la celebración:

Lo aconsejable es hacer la celebración la tarde anterior al día de Reyes. Pero hay que tener en cuenta las circunstancias concretas de cada parroquia y en particular de las tradiciones del lugar, ya que si hay una costumbre generalizada de asistir a la Cabalgata Oficial de la localidad, que siempre se realiza la tarde del día 5 de Enero, es hacer la celebración de la visita de los Reyes Magos a la parroquia el día anterior, o sea el día 4 de Enero, para evitar que coincidan dichos actos, o coordinarla en el mismo día 5 de Enero si los horarios lo permiten.

En cuanto a la hora, lo mejor para fijarla es tener en cuenta cual es la más apropiada para la mayor asistencia de niños acompañados de sus padres.



La importantísima designación o elección de los Reyes Magos:

Según la disponibilidad de los hermanos que acepten realizar este servicio con humildad, entendiendo bien la gran importancia y responsabilidad que es poder hacer este servicio a los niños y la comunidad en general, es aconsejable y muy-muy importante que los
hermanos que realicen el papel de Reyes Magos, sean hermanos de otra parroquia, a los cuales no conozcan los niños, este punto es posible si la preparación se hace con antelación suficiente para haber llegado a un acuerdo con otra parroquia del entorno que tenga necesidad del mismo servicio para intercambiar los hermanos dispuestos a realizar esta función.

Hay que advertir a los hermanos que acepten humildemente realizar este servicio, la gran importancia no solo de disfrazarse, realizando correctamente el papel de Rey Mago, sino que también como hablar a los niños, catequizándoles sin moralismos, pues en la medida que se haya preparado bien esta celebración, se habrá tenido en cuenta desde las edades de los niños a los que se van a dirigir e incluso que ideas principales transmitirles.



Cosas necesarias para la celebración:

" Un Niño Jesús con su pesebre de los que hay en las parroquias para adorar en las fiestas de la Navidad.

" Trajes para vestir a los tres Reyes Magos, y es su caso si es necesario para los pajes.

" Tres sillones grandes.

" Tres micrófonos: uno para los salmistas, uno para el ambón y uno inalámbrico para los Reyes Magos. Hay que tener muy presente que la acústica es importantísima, ya que a los niños la fe también les llega con la predicación.

" Bolsas de chuches para los niños (ha de estimarse con antelación el número de niños aproximado que asistirán).

 

Pautas principales de la celebración.

La celebración ha de ser solemne dándole un carácter de seriedad pero también distendida ya que con gran emoción y tensión los niños esperan la llegada de los Reyes Magos que saben, al igual que los niños también saben, que ha nacido el Hijo de Dios, y van a alabarlo todos juntos , los Reyes, los niños y los adultos. Para realizar esto tenemos que crear un clima propicio que aumente la expectación de los niños para lo que se aportan las siguientes ideas:

Antes de la celebración:

" La comunidad/es: La complicidad de toda la asamblea de comunidades, o de la comunidad, o de la parroquia, según el caso particular que se trate, es muy importante para preparar un clima propicio en los niños para que ansíen esta celebración: por ejemplo, en las celebraciones de las comunidades anteriores al día de la celebración de los Reyes Magos como el día de Navidad, la Fiesta de la Sagrada Familia (en el caso que se celebre), o en la Solemnidad de Santa María Madre de Dios del día uno de cada año, pues se va advirtiendo por parte del responsable o de un didáscalo, como un aviso mas, pero especialmente dedicado a los mas pequeños que este año también se ha pedido/solicitado audiencia a Sus Majestades Los Reyes Magos, pero que todavía no esta claro si podrán venir a la parroquia porque tienen la agenda muy complicada, pero que nos confirmarán si podrán o no venir mas adelante, aunque esta muy difícil, sabemos que todos los años han venido y tenemos la esperanza de que este año también lo puedan hacer, así que hay que rezar para que tengamos esa dicha.

" Los padres: la complicidad de los padres es también fundamental para preparar un clima propicio en los niños para esta celebración, con la supervisión de los padres que deben colaborar en la confección de la carta a los Reyes Magos, contándoles ya a los niños que van a verlos en persona en la parroquia, que por fin se ha conseguido una audiencia para el día D a la hora H, que tenemos que prepararnos para verlos, que ese día hay que ir muy guapos y bien vestidos ( ¡nos visitan los propios Reyes Magos en persona! ), que en la audiencia hay que estar como en una Eucaristía, callados y quietos, guardando respeto a los Reyes y mostrándoles lo bien educados que estamos, etc.

Durante la celebración:

" Con la estética de la sala.

" La colocación de la asamblea

" La forma de vestir los asistentes, ya que nos visitan Sus Majestades los Reyes Magos.

" El trato solemne en la celebración a los niños haciéndolos ver como que estamos haciendo algo excepcional, esperando la visita de los Reyes a nuestra parroquia.

" Durante la celebración guardando los adultos la compostura comportándonos de una forma alegre y digna. Como nosotros nos omportemos así se comportaran los niños.

" Tratando a Los Reyes Magos con sumo respeto y deferencia.



Orden de la celebración.

Rito de entrada:

" Monición ambiental. La persona designada expone con palabras y expresiones adecuadas a los niños el motivo de tan importante reunión, explica los signos preparados para la misma, el orden de la asamblea y como se va a desarrollar el orden de la celebración, para que los niños sepan que antes de recibir a los Reyes Magos vamos a cantar, leer un Evangelio y a recibir una catequesis sobre la importancia del nacimiento del Señor en Belén, que hay muchas personas en el mundo que cada año están esperando conocerle, que todo esta preparado ya y que nos han avisado Sus Majestades que ya están cerca por lo que tenemos que ir preparándonos ya para recibirles.

" Canto de entrada. Se hace un villancico.

" Saludo del Presidente.

Liturgia de la Palabra:

" La preparación de esta liturgia la pueden haber hecho un grupo de niños con un  didáscalo, haciendo ellos mismos las moniciones, lecturas y preces e incluso cantar solos algún villancico.

" Monición al Evangelio.

" Evangelio: Mateo 2, 1-12 (u otro distinto que el equipo de preparación haya estimado mas adecuado)

" Los niños pueden contar lo que han entendido y plantear dudas o preguntas.

" Catequesis a los niños, con un lenguaje adecuado a la edad y entendimiento de  todos los niños, explicándoles las dudas planteadas anteriormente, para enlazar con la inminente llegada a la parroquia de Los Reyes Magos.

Espera activa de Los Reyes Magos:

" Como los Reyes han tenido un imprevisto y se retrasan un poquito mas, cantamos algunos villancicos (esta situación hace mas tensa la ansiedad de los niños).

" Se puede preparar alguna actuación especial y adecuada al contexto catequético de la celebración para entretener a los asistentes hasta la llegada "retrasada" de Los Reyes Magos.

" Antes de que entren Los Reyes Magos en la asamblea volvemos a poner énfasis y aumentamos de nuevo la inquietud ante la espera para recibirlos solemnemente cantando un canto (lo importante es captar la atención de los presentes de manera que el instante mismo de la llegada de sus Majestades sea sorpresivo, ya que esto hace aumentar la tensión y por tanto la atención de los niños).

Recepción de Los Reyes Magos:

" El que recibe a la comitiva desde el atril es el máximo representante que se encuentre presente en la asamblea (Párroco, presbítero, responsable de la 1ª comunidad, etc.), pues representa y es la voz de la asamblea ante Los Reyes Magos.

" Les damos la bienvenida con un aplauso ya que estos representan a los primeros que acogieron la llamada y siguieron la estrella hasta Belén buscando al Hijo de Dios recién nacido.

" Los Reyes Magos entrarán en procesión saludando a los asistentes, irán primero a adorar al Niño Jesús y a entregarle sus regalos, y posteriormente se colocarán se en el centro de la asamblea donde les entregaremos un micrófono para entablar un diálogo con el representante de la asamblea agradeciendo el saludo y la calurosa acogida de la asamblea.

" Los Reyes Magos explican un poco el motivo por el que han venido y hacen otro breve diálogo con los niños o una catequesis especialmente dirigida a los niños (adjuntamos a este manual varias catequesis, homilías y artículos para la preparación de este punto, además del mamotreto de los didáscalos que circula por la Web).

" Ellos mismos indican que se van a sentar en los tronos preparados como hacen cada vez que visitan un sitio y que los niños, uno por uno, pueden ir pasando a entregarles la carta y a hablar con ellos un momentito.

" Comienzan los niños a sentarse y a hablar con Los Reyes de una forma ordenada esperando cada uno su turno. Mientras la asamblea continúa cantando villancicos.

" El Rey Mago al terminar de hablar con el niño le entregará una pequeña bolsa de chuches del saco en que las lleva.


Despedida de Los Reyes Magos:

" Cuando han terminado todos los niños, el responsable retoma la palabra y la iniciativa de nuevo y comienza la despedida dando las gracias por la visita de Sus Majestades por venir a recoger personalmente las cartas de nuestros hijos, por haber hablado con cada uno, etc...

" Los Reyes a su vez se despiden haciendo hincapié en su misión catequética e invitando a la asamblea a adorar al Niño Jesús cuando termine la celebración, como lo han hecho ellos al llegar, etc. y salen en procesión y saludando a los niños, mientras cantamos otro villancico.


Conclusión de la visita y de la celebración:

El Presidente retoma la palabra y concluye la celebración o con una oración general o invitando a los niños y adultos a hacer preces personales después de tan emotiva visita, que recoge con un padrenuestro y finaliza la celebración con otra oración de despedida. Finalizamos la celebración haciendo un canto de despedida mientras ala asamblea adora al Niño Jesús.

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La Epifanía, Dios se revela a todas las naciones
(CAMINEO.INFO) - El próximo día 6 de enero la Iglesia celebra la Epifanía para recordar la Manifestación del Señor a todos los hombres con el relato de los Magos de Oriente que nos narra el Evangelio (Mt 2, 1-12). Aquellos hombres que buscaban ansiosamente simbolizan la sed que tienen los pueblos que todavía no conocen a Cristo Jesús.

La Epifanía, en este sentido, además de ser un recuerdo, es sobre todo un misterio actual, que viene a sacudir la conciencia de los cristianos dormidos.

Para la Iglesia la Epifanía constituye un reto misional: o trabaja generosa e inteligentemente para manifestar a Cristo al mundo, o traiciona su misión. La tarea esencial e ineludible de la Iglesia es trabajar para llevar a Cristo a todos aquellos que no lo conocen. La llegada de los magos, que no pertenecen al pueblo elegido, nos revela la vocación universal de la fe. Todos los pueblos son llamados a reconocer al Señor para vivir conforme a su mensaje y alcanzar la salvación.

La fiesta de la Epifanía es de origen Oriental y surgió en forma similar a la Navidad de Occidente. Los paganos celebraban en Oriente, sobre todo en Egipto, la fiesta del solsticio invernal el 25 de diciembre y el 6 de enero el aumento de la luz. En este aumento de la luz los cristianos vieron un símbolo evangélico.

Después de 13 días del 25 de diciembre, cuando el aumento de la luz era evidente, celebraban el nacimiento de Jesús, para presentarlo con mayor luz que el dios Sol. La palabra epifanía es de origen griego y quiere decir manifestación, revelación o aparición. Cuando la fiesta oriental llegó a Occidente, por celebrarse ya la fiesta de Navidad, se le dio un significado diferente del original: se solemnizó la revelación de Jesús al mundo pagano, significada en la adoración de los "magos de oriente" que menciona el Evangelio.

Los Magos de Oriente se postran ante Jesús Niño y lo adoran, con sus regalos hablan de lo que ellos encuentran en Él: El oro se le ofrece sólo a los reyes, por lo que reconocen en Jesús al Rey; el incienso se le ofrece sólo a Dios, por lo que revelan que Jesús es Dios; y la mirra es un perfume que reconoce en Jesús Rey, Hijo de Dios, también a un Hombre.

Es una bella historia que merece nuestra reflexión. Además de que es una oportunidad para continuar meditando en el gran Misterio de la Encarnación, y para compartir en familia las bendiciones y gracias que este milagro nos trajo.

La descripción que hace el Evangelio de la llegada de los magos a Jerusalén y luego a Belén, la reacción de Herodes y la actuación de los doctores de la ley, encierra una carga impresionante de enseñanza. Unos hombres extranjeros que siguen el camino indicado por la estrella, para adorar al recién nacido Rey de los judíos.

Los conocedores de las Escrituras en Jerusalén que quedan indiferentes ante aquella luz del cielo, que anuncia el acontecimiento esperado por siglos. La envidia del rey Herodes ante el temor de que surja un rey "mayor" que él.

Ante este relato tan cargado de significado, nos queda reflexionar seriamente: ¿Somos como aquella Jerusalén, "conocedora de las Escrituras", pero incapaz de reconocer y menos de seguir el camino de la Luz de Cristo? O ¿somos como los magos de oriente, en búsqueda siempre de la verdad y dispuestos a ponerse en camino hacia Jesús, Rey y Señor de la historia?

 

 

postato da: nanto alle ore 15:59 | link | commenti
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